martedì 14 settembre 2010

Motovedette donate dall'italia alla Libia. Oggi sparano sui pescatori siciliani e l'anno scorso li sequestravano. Reportage da Mazara del Vallo

Sta facendo scalpore la notizia di una motovedetta libica con a bordo esponenti della guardia di finanza italiana che ieri ha sparato su un peschereccio di Mazara del Vallo colpevole di non essersi fermato immediatamente all'alt intimatogli dall'imbarcazione militare. Ma l'atteggiamento aggressivo delle forze dell'ordine libiche nei confronti dei pescatori italiani, indirettamente sostenuto dai rapporti sempre più stretti tra i due paesi, non è affatto cosa nuova. Di seguito un mio articolo pubblicato sul settimanale Carta esattamente un anno fa. Che ci indica anche, come il motivo del contendere sia una differente interpretazione del diritto del mare.



SEQUESTRATI DAI LIBICI CON LE MOTOVEDETTE DONATE DALL'ITALIA

Se non è stata una provocazione del presidente della Libia, Muhammar Gheddafi, certo un curioso scherzo del destino. Proprio le motovedette recentemente donate dall'Italia alla marina libica per pattugliare le sue coste ai fini di contrastare l'immigrazione irregolare nel nostro paese, sono state usate per sequestrare, dal 22 luglio al 4 agosto 2009, il motopeschereccio Monastir della flotta di Mazara del Vallo guidato da Nicola Asaro, già premiato dall'Alto commissariato Onu per i Rifugiati per aver salvato più volte barche di migranti in pericolo nello stretto di Sicilia. Un'operazione, conclusa con la minaccia della confisca dei pescherecci che in futuro si avventurassero nella striscia di mare di 74 miglia che circonda la Libia e giunta proprio alla vigilia del 30 agosto, giornata dell'”amicizia Italia-Libia”.

“Quel confine va contro la normativa internazionale che stabilisce a 12 miglia il limite delle acque territoriali di ogni paese – dicono i pescatori mazaresi - Gheddafi, con un decreto del 2005 si è arrogato il diritto di definire libiche altre 60 miglia di acque internazionali ricchissime di pescato. Ma il peggio è che il governo italiano e la nostra guardia costiera si adoperano per fare rispettare le regole fissate dal dittatore libico, unilateralmente”. Effettivamente, sul sito della marina militare italiana si legge: Con decreto 37/2005 del 24 febbraio 2005 la Libia ha proclamato una zona di protezione dalla pesca che si estende per 62 miglia a partire dal limite esterno delle acque territoriali (12 miglia dalla costa) e in cui viene esercitata giurisdizione volta a vietare, a meno di autorizzazione delle competenti autorità, qualsiasi attività di pesca. Annessa al decreto è la «Declaration of a Libyan Fisheries Protection Zone in the Mediterranean» con cui si indicano, come base legale dell’iniziativa, il Protocollo di Barcellona del 1995 concernente le aree del Mediterraneo specialmente protette, oltre a diversi accordi della Fao a protezione dell’ambiente marino.



Ma le aggressioni e i sequestri a danno dei pescherecci italiani risalgono a molto prima del 2005. Vincenzo Pellegrino, capitano del motopeschereccio “Regina”, (premiato dall’Unhcr per un salvataggio nel 2008), ricorda con orrore i tre mesi di detenzione in un carcere di Tripoli, nel 1979: “Ero in una stanza di 5mq con 22 persone e con un pasto scarso al giorno”. Successivamente ci sono stati casi in cui i pescherecci stessi non sono mai stati riconsegnati, provocando una perdita enorme per gli armatori. Nel 2000 i militari libici hanno addirittura provocato la morte un marinaio del motopesca Orchidea, entrando e provocando un incendio nella barca che pescava a 30 miglia dalla costa nordafricana. Nel recente caso del sequestro di cui sono stati vittima i motopesca Monastir e Tulipano, gli equipaggi sono rimasti 18 giorni in porto, evitando il carcere, ma Asaro - capitano del Monastir - ricorda con dolore, l'aria di beffa del militare libico che un mese fa è salito sulla sua barca ricordando l'episodio del 2000. Inoltre, il sequestro di un mese di pescato e delle reti è un danno imponente per i pescherecci: sommando i 30.000 euro di gasolio speso, i 60-70.000 euro del valore della pesca e i 20.000 delle 4 reti, si superano abbondantemente i 100.000 euro. Ma i pescatori mazaresi non intendono mollare: “Pescare in quel mare ci è necessario – dice il capitano Pietro Russo - una flotta di circa 200 pescherecci come la quella di Ma zara del Vallo non può fermarsi nelle acque poco a sud di Lampedusa. 74 miglia di acque territoriali, invece delle 12 di tutti gli altri paesi sono troppe”. Monsignor Domenico Mogavero, Vescovo di Mazara del Vallo si è pronunciato sulla vicenda auspicando un interesse europeo ma considerando necessario almeno quello del governo italiano, affinché sul tratto di mare conteso, si possano stabilire regole precise.

venerdì 10 settembre 2010

Reportage dal funerale di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica



Quando il funerale di Angelo Vassallo inizia, dal cielo già cupo cominciano a cadere grosse goccie di pioggia sulle centinaia di persone in attesa. Il piccolo porto di Acciaroli è incastonato tra il borgo di pietra chiara e il bel mare, oggi scuro e increspato. Le parole del Vescovo sembrano voler dare sollievo ad un'atmosfera cupa e gelida, nonostante le 11 di mattina. Indica nel materialismo "la causa di quell'arroganza e infelicità che si trasformano in violenza di alcuni poveri uomini". Riceve applausi quando dice "la violenza rende impossibile la nostra convivenza, la rende invivibile e infelice". Ma il clamore dei battiti di mani esplode, incontrollabile, quando esclama, riferendosi agli assassini di Vassallo: "Mi auguro solo che queste bestie non stiano fra a noi. O sul divano a guardarci alla televisione!" Poi riafferma la fiducia "nella popolazione di queste terre e nel loro impegno per il territorio". E' in quel momento che ascolto un gruppo di donne, il vento gli scompiglia i capelli e l'amaro commento: "Parole, parole, parole. Per venti anni, solo parole!". Indossano, come molti ragazzi e bambini qui, una maglietta bianca con scritto in azzurro "Sarai sempre il nostro Angelo".



Una giovane maestra di San Giovanni a Piro, un paese vicino Pollica, si illumina un momento, raccontando che nella sua scuola oggi si lavora molto sull'educazione ambientale e alla legalità. Insegnamenti per cui si era battuto per 15 anni il sindaco ucciso. Quando le chiedo se ha timore oggi, per il futuro di queste idee, mi guarda con le lacrime agli occhi: "Ora si, a questo punto ho paura".



Uomini in divisa a reggere gli stendardi dei comuni di Caserta e Subiaco, ma anche di Gubbio e di Greve in Chianti, sono ordinatamente schierati attorno al palco da cui si celebra la messa. Guardano al mare cupo, minaccioso anche dentro il porto. Più in là, accanto al profilo della cattedrale si staglia una gigantografia di Angelo Vassallo: si trova probabimente proprio in questo porto in una luminosa giornata di sole che rende il mare di un azzurro brillante. Celebrava le acque cristalline di Acciaroli, che oggi fremono e mugghiano. Mentre la cerimonia va avanti la pioggia si intensifica, si aprono centinaia di ombrelli e parla il vicesindaco: la voce sempre più rotta, man mano che ricorda l'ucciso, nella concretezza di episodi quotidiani. Dice: "Tutti quelli che sono qui devono sapere che oggi hanno fatto una cosa che non potranno mai più dimenticare. Oggi hanno promesso a Angelo di impegnarsi. Oggi voi avete promesso al Sindaco di tutti di non dimenticare. Io a tutti quelli che sono qui chiedo un impegno: affinché quello che Angelo ha fatto per il nostro comune voi lo facciate per tutti».



Tutti i balconi che danno sulla piazza sono affollati. Così come ogni spazio coperto sul porto. Alcune eleganti signore di Pollica, sono strette a proteggersi sotto la tenda di uno dei bar. "C'è tanta gente che viene da fuori – dicono – i cittadini come noi, siamo tutta gente che ha voluto esserci. Quelli delle istituzioni no, quelli sono qui per l'immagine". Chiedo loro che succederà adesso: "Ora non lo sappiamo. Lui aveva uno staff straordinario, ma senza una figura carismatica come la sua, chissà. Ci vorrebbe qualcuno come lui, capace di mettere insieme e coalizzare le energie".



Attaccato su un albero, accanto a una fontanella pubblica la cui manovella si apre e si chiude come appartenesse a una casa privata, c'è un cartello: "Bevi l'acqua del rubinetto: buona, sicura, economica – Comune di Pollica". Poco più in là un'enorme cassa di bottigliette di plastica con acqua minerale. Portate dalla protezione civile per la sua cerimonia.

Foto: L. J.

venerdì 14 maggio 2010

Dedicata a Lampedusa

Posto una poesia di Alda Merini, dedicata a Lampedusa. Bellissima

Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d’avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.
Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire.
Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell’acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua.

sabato 24 aprile 2010

Nadine Gordimer: scrittura e impegno

Conciliare lo splendore della parola e l'asprezza della realtà. Raccontare: spinti dall'intimo, ardente desiderio di cambiamento, ma senza esserne mai travolti. Questo che è per me è il modello, l'ideale di scrittura, lo ritrovo nei romanzi, racconti e saggi del premio Nobel per la letteratura nel 1991, Nadine Gordimer. Sarà il tema dell'incontro e scontro tra bianchi e neri durante l'apartheid, magistralmente raccontato dalla sua penna, che non è mai scontata e mai banale perchè narra lasciando che a parlare siano i più profondi impeti dell'anima umana. Per questo la sua lettura più di quella di chiunque altro, oggi mi appassiona e consola. Proprio perchè il suo "impegno", non è mai cieco, idealizzante o demonizzante. Ecco alcune sue riflessioni sul tema, che copio dalla raccolta di suoi saggi "Vivere nella speranza e nella storia. Note dal nostro secolo".

"La moralità della narrativa consiste nel prendersi la libertà di esplorare ed esaminare con impavida onestà la morale contemporanea, compresi sistemi morali quali le religioni.

Quando mai gli scrittori hanno potuto eludere la politica, apertamente o implicitamente?
Forse il periodo in cui schiavi e contadini vivevano in miseria, mentre gli scultori erano alla ricerca delle proporzioni perfette del corpo umano? Il periodo in cui i rivoluzionari erano rinchiusi nelle prigioni dello zar Alessantro mentre i granduchi si costruivano palazzi a Nizza? Il periodo in cui ad affamati e disoccupati veniva offerta la salvezza di un fascismo sempre più forte mentre i playboy e le ragazze danzavano tenendo in bilico bicchieri di champagne rosé?
Sembra che non vi sia modo di sfuggire a tale rapporto.

Non tutti gli scrittori che intessono un rapporto con la politica, barattano l'immaginazione con il cilicio dello scribacchino di partito. Esiste anche il caso dello scrittore le cui facoltà immaginative vengono autenticamente risvegliate e chiamate in causa dallo spirito della politica così come egli la vive in prima persona. E può non trattarsi della libera scelta di un Byron. Può essere qualcosa cui è praticamente impossibile sfuggire in tempi e luoghi di terremoti sociali.

Il ruolo rivestito dalla letteratura è nell'illuminare il nostro popolo, nel dischiudere la vita alla potenza e alla bellezza dell'immaginazione, nel rivelargli se stesso attraverso lo scrittore in quanto depositario del suo ethos.
E' di questa rivelazione che hanno paura i regimi.

.. ma gli scrittori, gli artisti di qualsiasi genere, esistono proprio per spaccare le incrostazioni prodotte dall'abitudine e aprire un varco tra le inferriate che tengono prigioniera la sensibilità: esistono per permettere alla libera immaginazione di spuntare rigogliosa come l'erba nei prati."


giovedì 4 marzo 2010

LA PASIONARIA CON IL SARI


Una gamba bloccata dalla poliomelite non ha fermato la sua volontà di giustizia. E Kuhu Das, ha lasciato lavoro e famiglia per fondare l'Association of Women With Disabilities che di occupa delle ragazze disabili degli slum indiani. Sostenendole nella battaglia per i diritti, contro le barriere fisiche ma soprattutto mentali.

"Posso cominciare l'intervista con una canzone?" Prima di ricevere risposta, Kuhu Das dà vita a un dolcissimo e malinconico canto orientale sfoggiando una splendida voce femminile. Poi si interrompe e torna al consueto tono risoluto: "Vuoi sapere cosa vogliono dire le parole? Ecco: «Io non ricevo cure, non ricevo rispetto, non ho dignità, io ho una vita davvero terribile». Questo, è quello che dice la canzone". E questa è la situazione delle donne disabili in India, come ci racconta la giovane direttrice dell'Awwd (Association of Women With Disabilities).

Abusi ed emarginazione
"Le donne disabili in India subiscono in silenzio una violenza che va dalla mancanza di cura e dalla privazione del diritto all'istruzione, fino a abusi fisici e psicologici veri e propri. Ciò accade a partire dalla famiglia, fino ai centri di accoglienza", dice, sottolineando come il problema tenda a essere ignorato anche dalle organizzazioni che si occupano di diritti umani. "Nè nelle conferenze sui diritti delle donne, nè negli incontri per la tutela dei disabili se ne vuole parlare. Per questo devo sempre alzare la voce!" Con grandi occhi vispi e un senso dell'umorismo sempre pronto, Kuhu ha percorso, a dispetto della gamba bloccata dalla poliomelite, più strada di quanta il suo giovane volto farebbe credere. A cominciare dalla creazione di una delle prime associazioni a tutela delle donne disabili in India, la prima in cui parte dei soci e il 60 -70 per cento dello staff, è costituito da ragazze con disabilità.

"Senza stampelle io non posso camminare, a causa della poliomelite che ho avuto a tre anni. Crescendo con questa disabilità, ho dovuto affrontare molti ostacoli nella mia vita", dice Kuhu spiegando il percorso che l'ha condotta a fondare e dirigere l'Awwd. "Le prime sfide sono venute proprio da parenti e amici di famiglia. Molti di loro dicevano a mia madre che doveva aver sbagliato qualcosa nella sua vita passata, per essere stata punita con una figlia disabile". Kuhu racconta che, nonostante le critiche, la madre è stata molto forte, sostenendola nell'andare a scuola e nel completare la sua istruzione. Così Kuhu si è laureata, ha fatto un master in comunicazione di massa e ha cominciato a lavorare nel campo dell'empowerment delle donne in India. "Ma le organizzazioni di donne, non lavoravano mai per i diritti delle disabili e quando chiedevo loro di occuparsene mi rispondevano di farlo io stessa", racconta. "Era una sfida per me, ma ho deciso. Ho lasciato il mio lavoro, la mia famiglia e ho fondato questa associazione".


Donne a metà
Nel 2002 è così nata l'Awwd, la prima associazione indiana che si occupa di donne disabili coinvolgendo alcune delle beneficiarie, nel lavoro di sostegno e inserimento sociale e lavorativo di altre ragazze. Una sfida enorme, in un paese dove, come denuncia Kuhu, "le circa 40 milioni di donne disabili, sono vittime di un numero doppio di aggressioni e violenze, rispetto a quelle normali, ma sono anche le meno protette e assistite". E dove "la sterilizzazione forzata è uno dei rischi di tutte le donne diversamente abili, soprattutto mentali". "In generale nell'Asia Centrale – spiega Kuhu - il ruolo della donna è quello di sposarsi e avere bambini, ma se sei disabile non potrai essere una brava madre, una brava donna di casa. Se hai una deformità, non sei bella. Così nessuno ti sposerà. E nessuno ti considera una donna completa".

La direttrice di Awwd descrive poi la situazione che quotidianamente la sua associazione combatte: "Le ragazze disabili sono molto oppresse già nelle loro famiglie: nessuno pensa che debbano avere l'opportunità di studiare, ogni investimento su di loro è considerato una perdita di soldi. Vengono lasciate a casa e basta. Viene detto loro continuamente che sono persone inutili, così che cominciano ad esserne convinte esse stesse". Aspetto fondamentale del lavoro dell'Awwd, che attualmente opera in 15 aree del paese, beneficiando circa 5.000 ragazze, è quindi innanzitutto: "Fare capire loro, che nessuna persona è inutile, che ognuno è un essere umano e ha del potenziale da utilizzare al massimo, che non si deve avere vergogna delle proprie disabilità. Ciò porterà le ragazze ad avere una dialogo con il resto della società, a pretendere il rispetto e la considerazione cui hanno diritto".

Ricreare fiducia
"Quando cominciamo a lavorare in una nuova zona, ci sediamo con le donne e discutiamo a lungo cercando di tirare fuori la loro rabbia, gli abusi subiti, ma soprattutto i desideri che non hanno mai potuto esprimere". Poi l'associazione cerca di sostenere i progetti individuali, con mezzi materiali, come sedie a rotelle e computer, e con corsi di formazione professionale. "Ma il percorso di consapevolezza non è facile nè veloce - dice Kuhu - è un lavoro sulle ragazze ma anche sulla loro famiglia che dura 2-3 anni. E' difficile soprattutto negli slum a maggioranza musulmana, dove la collettività ha idee più tradizionali". Per questo vengono creati dei gruppi: "Così le ragazze possono sostenersi tra di loro, esprimere le loro sofferenze e comprendere i loro diritti, per poter rispondere agli abusi, fisici e psicologici di cui sono vittime". Le attività lavorative in cui le ragazze, vengono inserite sono soprattutto lavori di cucito e piccole attività commerciali. "Quando iniziano a guadagnare dei soldi, nelle famiglie cominciano a rispettarle di più".

"Abbiamo molte storie di successo!" Esclama Kuhu, mostrando le foto di alcune delle sue ragazze, raccolte in un calendario nella sede di Pangea Onlus, la ong italiana che sostiene alcuni progetti di Awwd. "Presto ho capito che nell'associazione non potevo fare tutto da sola, avevamo bisogno di varie altre leader come me. Così abbiamo formato alcune delle ragazze che erano state beneficiarie dei gruppi di empowerment, nella leadership di nuovi gruppi". Un ruolo che non ha trovato ostacoli nella mancanza di mobilità o di vista di alcune donne dello staff di Awwd. "Tabassum è cieca ma è diventata una leader molto coraggiosa", "Soni, che ha una disabilità motoria, ha motivato Ayesha che è cieca", "Lei è stata gravemente abusata, ma, è riuscita a reagire" "Banya ha creato una piccola attività di produzione di bastoncini di incenso".. E poi ci sono quelle come Nisha, che non era mai andata a scuola a causa della sua disabilità motoria, ma che dopo aver ottenuto una formazione per l'apertura di un'attività commerciale è diventata sia una piccola imprenditrice che una formatrice e promotrice di gruppi di empowerment. Ora si considera "una donna d'affari e una datrice di lavoro". L'indipendenza economica è fondamentale, dice Kuhu: "Adesso tutta la comunità sta attenta a come parla a queste ragazze".

pubblicato anche sulla rivista Vps (Volontari per lo Sviluppo): www.volontariperlosviluppo.it

mercoledì 23 dicembre 2009

NATALE IN TENDA (dei profughi afgani alla stazione Ostiense)



(foto di Valeria Galletti)

Questo è un articolo che avevo scritto per un giornale free press tra i più diffusi, con l'intento(comunque un po' troppo ambizioso) di "fare almeno un po' di pressione" perchè le autorità competenti, volgessero il pensiero alla faccenda. Non è nuova, lo so. Di afgani accampati all'Ostiense si parla da mesi, anni. E loro continuano ad arrivare e, dopo viaggi inimmaginabili, a resistere al freddo e al disagio. La notizia non è andata su quel giornale, troppo intasato in questo periodo di pubblicità natalizie. La pubblico ora qui, dedicandola agli attiviti dell'associazione che continua a occuparsi di questo flusso di giovani orientali - nostro unico riscontro di una guerra combattuta lontano da qui - durante i lunghi periodi che intercorrono tra i picchi di attenzione mediatica.

"Vengono con febbre, dermatiti, malattie respiratorie e noi gli diamo gli antibiotici che ci fornisce la Caritas, ma come possono guarire se continuano a dormire all'aperto, con questo freddo?" Alberto e Chiara sono volontari dell'Associazione Medu (Medici per i diritti umani), che da anni assiste i rifugiati dell'Afghanistan che giungono alla stazione Ostiense, snodo fondamentale per i giovani in fuga da quel paese martoriato dal conflitto. Punto di riferimento della migrazione, ma anche e sempre di più, luogo di accampamento, a causa della carenza di strutture pubbliche dedicate all'accoglienza di richiedenti asilo a Roma. Un dramma, quando arriva il gelo di questi giorni. E di queste notti.

Una soluzione per alcuni di loro, è stata trovata dal Comune di Roma, nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Castelnuovo di Porto dove, in seguito alla pressione del Medu e di altre organizzazioni impegnate a fianco dei profughi afgani, lo scorso 12 novembre sono stati trasferiti un centinaio degli "abitanti" dell'Ostiense. Ma molti sono rimasti fuori e continuano a dormire nelle tende da campeggio di nylon, circa una ventina, i cui colori estivi stonano nel paesaggio di cantieri e pozzanghere ghiacciate che circonda il terminal ferroviario. "Mercoledì mattina, quando abbiamo aperto il nostro ambulatorio mobile, sono venute 80 persone", dice Alberto Barbieri, coordinatore generale del Medu, indicando come questo, il numero di afgani ancora accampati nei pressi della stazione Ostiense. "Chiediamo che possano essere accolti in un posto chiuso anche loro", fa appello. La richiesta del Medu e delle altre associazioni che hanno seguito gli afgani, come Laboratorio53 e Yo Migro, è che vengano offerti ai giovani profughi i posti ancora disponibili al centro di Castelnuovo di Porto, attualmente gestito dalla Croce Rossa. "Almeno durante il periodo dell'emergenza freddo, fino a gennaio-febbraio".

"Per il futuro chiediamo che si possa creare un centro di assistenza e accoglienza, proprio qui, a Ostiense", dice Barbieri, sottolineando come il flusso di ragazzi in fuga dalla guerra non accenni ad arrestarsi. "Lo chiediamo anche per gli abitanti del quartiere" dice Barbieri, affermando come l'obbiettivo dell'attività di accoglienza sia anche evitare degrado e favorire la convivenza. Attualmente il quartiere non ha negato solidarietà: "Povere anime, vengon da me a prendere i cartoni", dice un giornalaio dei dintorni. Mentre il circolo bocciofilo, ha offerto la propria sede per il presidio socio-sanitario del Medu. "Ma - dice Alberto - questa situazione non potrà durare a lungo".

lunedì 14 dicembre 2009

Il Natale di Navtej (1 anno dopo l'aggressione di Nettuno)

Era giunto da un paese lontano e quando ha perso l'occupazione precaria si era trovato da solo, un senzatetto. Un giorno di pieno inverno tre ragazzi gli hanno tirato della benzina e hanno acceso il fuoco. In molti ricorderanno la storia di Navtej Singh Sidho, l'"indiano bruciato" nella stazione di Nettuno, il 31 gennaio scorso. Non si credeva che sarebbe sopravvissuto, ma i medici hanno lottato con lui e poi lo hanno assistito, per mesi. Ora è tornato l'inverno e Navtej può dire che ce l'ha fatta. Solo a sopravvivere però, perchè le sue gambe non possono più dirsi tali e almeno per alcuni mesi deve rimanere sulla sedia a rotelle. Ma ora deve abbandonare la struttura di riabilitazione di Telese Terme che lo ospitato per questi mesi. Il 24 o il 25 dicembre sono i giorni in cui si prevede la sua dimissione. Una data che fa riflettere e che forse salverà questo ragazzo di 35 anni. Forse nessuno avrà il coraggio di riportarlo in strada, proprio quel giorno. Forse. Perchè la generosità espressa dalle istituzioni nei giorni dell'attenzione mediatica è, finora, rimasta parole. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il sindaco di Nettuno Alessio Chiavetta, gli avevano assicurato un alloggio, mentre il presidente del Senato Renato Schifani, gli aveva promesso un lavoro. "Ma non è arrivato niente, e noi non sappiamo cosa fare quando lui uscirà dall'ospedale", denuncia Balray Singh, rappresentante della comunita' Sikh di Roma e membro della consulta religiosa della Capitale, che ha avuto dall'ambasciata indiana l'incarico di seguire le vicende sanitarie e legali di Navtej, per conto della sua famiglia. "Abbiamo continuato a chiedere quanto era stato promesso, ma senza avere risposte – aggiunge – soprattutto all'assessore ai Servizi sociali di Nettuno, Domenico Cianfriglia, che continua a rassicurarci, ma finora ci ha dato solo parole". Per quanto riguarda il lavoro, Singh afferma che "ora può fare solo un lavoro tranquillo, che gli permetta di restare seduto", e si appella di nuovo alla solidarietà delle istituzioni, o delle persone. Ma la cosa più urgente, resta l'alloggio. Singh racconta poi del processo ai tre ragazzi, che ha seguito: è stata data la prima condanna, di 5 anni, al più giovane, che ha confessato, mentre per i due maggiorenni ci sarà un'udienza nei prossimi giorni. Ma resta alta la preoccupazione per gli episodi di razzismo di cui sono continuamente oggetto i suoi connazionali, lavoratori agricoli nelle zone di Anzio, Aprilia e Lavinio: "Ciò che accade più spesso - dice – è che quando la sera tornano a casa in bicicletta, alcuni ragazzi in automobile, si fermano aprono gli sportelli e li spingono a terra. "I ragazzi a volte si fanno male in seguito a questo tipo di aggressioni, che accadono almeno due volte al mese, anche se di solito non denunciano perchè hanno paura di andare alla polizia, se non hanno i documenti".

Uscito anche su Epolis Roma di oggi