martedì 6 gennaio 2015

Costantino e le cassette della speranza

Riciclare imballaggi agricoli, come forma di resistenza alla crisi. E’ l’esperienza di un romano rimasto disocuppato a 45 anni, che ha trovato il modo di ricominciare. Con un’attività che, oltre che ecologica, è diventata solidale.



“IMMAGINA. Un nuovo inizio“. Dice così la scritta stampata sulla maglietta. “Me l’ha regalata un collega della ditta di escavatori quando son dovuto andare via perchè non c’era più lavoro. Me ne ha date tre, come portafortuna”. Proprio come raccomanda la maglietta, Costantino Marinozzi, 45 anni, romano, diplomato odontotecnico, ex assicuratore, ex operatore di ditta funebre ed ex autista di camion per movimento terra, lo ha immaginato (di nuovo) un modo per ricominciare. “Con un figlio, un mutuo da pagare e una separazione sulle spalle, non hai scelta devi farlo”, dice, il volto provato ma abbronzato e sorridente. Costantino, dalla parlata energica e la battuta pronta, il suo modo di riciclarsi lo ha trovato con un’attività di recupero di imballaggi agricoli. Ovvero le cassette della frutta e della verdura che ogni giorno vengono abbandonate dai venditori ambulanti nelle piazze dei mercati rionali e che, se non passa nessuno a prenderle, vengono raccolte e messe nella pressa dagli operatori ecologici dell’Ama. Eppure hanno ancora un valore e un mercato: “Gli agricoltori le pagano 80 centesimi nuove e 20 centesimi usate”, spiega Costantino che per trarre un reddito da questo bene, ha acquistato un furgoncino con cui le raccoglie ogni giorno per consegnarle a una ditta che le rivende ai coltivatori. “Quando faccio il furgone pieno sono 700 cassette e la ditta me le paga 70 euro, tolti 20 per il gasolio ne restano 50”. Costantino attraversa fino a dieci mercati ogni giorno. Per una mattina decido di accompagnarlo, per documentare un’esperienza di vita che rappresenta una positiva reazione alla crisi economica dei nostri giorni, ma anche un’occupazione che rispetta l’ambiente ed è solidale con altre persone in difficoltà. Perchè oltre a recuperare le cassette di plastica e di legno, quando può Costantino raccoglie anche l’abbondante frutta e verdura invenduta ma ancora buona che viene abbandonata nelle piazze dei mercati a fine giornata, per consegnarla alla sua parrocchia di Fidene: “La lascio lì e alcuni anziani del quartiere, che fanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese, lo sanno e vanno a prenderla”. “C’è anche una vecchietta che conosco fin da ragazzino, che ha solo una stufa per riscaldarsi e le porto i pezzi delle pedane consumate, affinchè almeno non debba comprarsi la legna”, racconta.

L’appuntamento è al mercato di Pietralata alle 10,30. Qui Costantino raccoglie le prime cassette e scherza con i venditori di un bancone di frutta e verdura: “Li conosco da tempo, sono come fratelli, se ho bisogno di qualcosa me lo danno senza problemi, quando posso poi pago”. “In passato ho anche guadagnato bene”, dice, “all’agenzia di pompe funebri fino a 4-5mila euro al mese, anche se lavoravo 12 ore al giorno e spesso durante la notte”. “Quando hanno cominciato a fare gli appalti dentro gli ospedali, erano turni di 48 ore nelle camere mortuarie”, racconta: “Quando avveniva un decesso dovevi prendere il contatto con la famiglia per avere l’incarico.. non era bello”. Mentre procediamo verso un vicino supermercato squilla il telefono: “E’ il gestore egiziano di un negozio di frutta e verdura qui vicino – spiega poi – loro non possono mettere le cassette per strada, hanno il negozio che è piccolo, e allora dice di passare a prendergliele”. Dopo aver raccolto le cassette di plastica già accatastate fuori da un supermercato lungo la strada, arriviamo al mercato rionale di piazza Alessandria in piena attività. Il furgoncino è complicato da parcheggiare ma prima di andare a selezionare le cassette in buono stato, si fa una puntata al bar della piazza. Saluta il barista e gli chiede il “solito aperitivo” a base di Campari mentre si informa del matrimonio del titolare e consiglia un’avventrice indecisa su quale panino scegliere. “Ho pochi vizi, ma l’aperitivo prima di pranzo non me lo possono togliere.. “, dice, poi, uscendo, mi racconta del barista: “Una persona di cuore, sai quante volte tiene panini e brioche per regalarli alle persone che non possono comprarli?” “Solo quando li vivi i problemi, puoi capire le persone che sono in difficoltà”. “Io per esempio mica ci pensavo che i bambini, tanti, morivano in ospedale”. “Poi ho lavorato al Bambin Gesù per i servizi funebri: Cinquecento bambini ogni anno muoiono lì. Troppi”. Costantino ha un avambraccio completamente tatuato con il nome del figlio di 10 anni, mentre l’altro è coperto dal nome del figlio della ex compagna: “Per me dovevano essere uguali in tutto”. Ora è preoccupato perchè spesso stanno da soli, quando la mamma lavora, prima che comincia la scuola: “Cerco di portarlo con me, quando posso, ma non posso far molto altro, purtroppo”. Si accende una sigaretta e riprendiamo il giro. La tappa successiva è il negozio dell’egiziano. Ci fermiamo per due chiacchiere e una fetta di cocomero con limone prima di ritirare il carico. Costantino ripulisce le cassette e le sistema nel camion una dentro l’altra, affinchè resti spazio. 

“La cosa che mi piace di questo lavoro è il rapporto umano con le persone”, dice. “Certo che mi piacerebbe di più fare l’odontotecnico per cui avevo studiato”.  “Avevo iniziato a fare pratica presso uno studio”, racconta, “però poi ho interrotto per fare il militare  e quando sono tornato avevano già preso un altro”. “Avevo provato a fare i rinvii ma non me li hanno presi, poi non è che mi pagavano lì, serviva solo per imparare”. “Dopo ho fatto 4 anni l’autista per una società di assicurazioni, dove poi sono entrato come broker, a quel tempo le cose andavano molto bene”. “Oggi con la crisi, devo ringraziare i miei genitori che ora mi ospitano, e mi hanno prestato i soldi per il furgone”. “Ho pensato a fare questo lavoro perchè mio zio, ha l’azienda ad Albano che ricicla gli imballaggi agricoli per rivenderli agli agricoltori”. “Anche lui ha iniziato questo lavoro così, perchè era rimasto senza nulla, si è prima comprato un mezzo di trasporto e poi si è ingrandito, ora ha un magazzino che acquista e rivende circa 3000 imballaggi agricoli al giorno”. “Per un periodo aveva anche iniziato a produrle le cassette di legno, ma riciclarle oggi rende di più”. Le cose oggi sono andate bene e il furgoncino alle 14 è stato già quasi riempito. Il tour termina al mercato di Piazza Manila, sulla via Flaminia, dove il riciclatore di cassette va a fare due chiacchiere con l’amico titolare di una bancarella di fiori. C’è ancora un po’ di tempo prima che il mercato si svuoti di clienti e venditori: Allora lui dovrà raccogliere in fretta gli imballaggi di legno e plastica prima che i camioncini dell’Ama li mettano nella pressa per ripulire velocemente il piazzale. Già qualche titolare di qualche bancarella fa cenno a lui e altri che per mettere da parte la frutta e verdura avanzata. A breve il furgoncino ripartirà. Con un carico di cassette, frutta, verdure, dolori e speranze, scherzi e battute per rendere più lieve la fatica di ricominciare. Ancora una volta, come ogni giorno.

Pubblicato anche su "Reti Solidali" Ottobre 2014
http://www.volontariato.lazio.it/documentazione/documenti/72397239RetiSolidali_5_2014_CostantinoCassetteSperanza.pdf

Psichiatria: quando sono i rifugiati ad accogliere gli italiani

A Trento 13 richiedenti asilo o titolari di protezione umanitaria convivono con utenti psichiatrici molto gravi. De Stefani (Apss Trento): “Valorizziamo il sapere esperienziale, considerando le persone non problemi ma risorse”

TRENTO - L’idea del progetto di convivenza tra rifugiati politici e pazienti psichiatrici è nata nell’ottobre 2012 dal dialogo e dall’incontro di bisogni di due amministrazioni locali della Provincia Autonoma di Trento, ognuna con l’urgenza di trovare una soluzione abitativa ai propri utenti: Da un lato il Servizio di Salute mentale - che non sapeva come sistemare pazienti psichiatrici molto gravi, bisognosi di attenzione speciale e di una famiglia oltre che di cure specialistiche - e dall’altro il Servizio Attività sociali del Comune di Trento, in cerca di una casa per un gruppo di rifugiati che, a causa della crisi economica, nonostante grandi capacità e qualità umane, non erano riusciti a trovare un lavoro sufficiente a coprire un affitto.
“Attraverso gli assistenti sociali dell’area inclusione del Comune siamo venuti in contatto con un gruppo di ragazzi provenienti dall’Africa subsahariana, con una grande ricchezza interiore, ma privi di un curriculum, della patente e soprattutto della rete di contatti necessaria oggi a trovare lavoro e quindi con una grossa difficoltà abitativa”, racconta Nicola Pedergnana, Capoufficio dei Servizi sociali non decentrati del Comune di Trento, riferendosi alla gestione dei migranti dati in affidamento all’ amministrazione locale in occasione dell’emergenza Nord Africa. Proprio dalla considerazione delle grandi capacità umane dei migranti arrivati a Trento da Lampedusa dopo aver affrontato guerra, carcere e persecuzioni, è nata l’idea di proporre ad alcuni di loro, dopo una formazione specifica, la possibilità di abitare con un paziente psichiatrico ricevendo un rimborso spese. La formazione, realizzata dal Cinformi (Centro Informativo sull’Immigrazione), in collaborazione con il Servizio Psichiatrico dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento, è consistita in 60 ore di lezioni teoriche sulla salute mentale e 60 ore di tirocinio alla Casa del Sole (Struttura residenziale sanitaria gestita dal Servizio di Salute Mentale di Trento) o nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (Spdc) dell’ospedale locale. Dei 45 formati, sono stati selezionati 13 rifugiati poi avviati in progetti di coabitazione. “In questo modo è stata fornita una base abitativa a dei ragazzi che possono con più tranquillità trovare altre occupazioni” afferma Pedergnana. Ma i benefici eccezionali sono derivati soprattutto ai pazienti psichiatrici che nella convivenza con i rifugiati hanno trovato una tranquillità abitativa e rapporti umani di qualità che prima non avevano e “da un anno non hanno più ricoveri ospedalieri”, come sottolinea Marina Cortivo, educatrice professionale e referente dell’”area abitare” Serviziosalute mentalediTrento.
Questo progetto nasce dall’idea di “valorizzare il sapere esperienziale”, spiega Renzo De Stefani, direttore del Servizio di Salute Mentale di Trento, “e dalla considerazione delle persone, non sempre come problemi ma anche come risorse”. Un concetto che, come sottolinea De Stefani, viene da anni utilizzato dal servizio di psichiatria del capoluogo Trentino attraverso il coinvolgimento attivo e retribuito degli Ufe (Utenti e Familiari Esperti) nei rapporti con i pazienti. 

Marzia trova pace con Eliane, fuggita da una dittatura

Da oltre un anno la quarantenne italiana, considerata caso molto difficile, ha avuto progressi nella gestione del disagio mentale, grazie alla convivenza con una donna originaria del Togo, dal carattere materno e fermo

TRENTO - “E’ figlia di una famiglia trentina doc, la cui unica reazione per le sue “stranezze” sono stati rimproveri, rimproveri e ancora rimproveri. La mancanza di affetto che ha sofferto, si è tramutata in un carattere esuberante ma antipatico, a tal punto da non essere più sopportato neanche in una clinica dove l’assistenza è tanto intensa da raggiungere il costo di 300 euro al giorno per persona”, così viene descritta Marzia, donna di 40 anni, in cura dai servizi psichiatrici di Trento fin da giovanissima età, considerata caso estremamente complicato da gestire e per questo, per anni condannata a instabilità abitativa oltre che mentale. Per Marzia il Servizio di Salute Mentale di Trento ha tentato  in passato diverse soluzioni abitative, tutte fallite: Cliniche, case famiglia, appartamenti con altri pazienti, passando da brevi ritorni in famiglia e ricoveri in ospedale. Da oltre anno la quarantenne italiana ha raggiunto una condizione di stabilità abitativa, ma anche dei miglioramenti nella gestione del disagio mentale, grazie all’avvio di un progetto di co-abitazione con Eliane, rifugiata politica del Togo. 

Quella di Marzia e Eliane è stata la prima esperienza del progetto di co-abitazione di pazienti psichiatrici con rifugiati politici, soprannominato “Neri per casa” e realizzato in collaborazione tra il Servizio Psichiatrico dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari e il Servizio Attività Sociali del Comune di Trento: Le due donne convivono in una casa popolare messa a disposizione dal Comune e Eliane riceve un contributo per la gestione della casa. Non si tratta di un’assistenza h24, a differenza di quanto avviene in cliniche e case famiglia: Eliane fa altri lavori fuori casa e a Marzia si reca autonomamente e con regolarità al centro di salute mentale locale, dove vengono realizzate diverse attività creative e ricreative. Anche per questo, come sottolinea Marina Cortivo, referente dell’area “Abitare” del Serviziosalute mentaledi Trento, risultano notevoli i progressi nella gestione del disagio compiuti da Marzia: “Eliane è capace di darle affetto ma anche di dirgliene quattro e di rimetterla a posto quando esagera e tende a mancare di rispetto”.
“A volte è difficile vivere con lei perchè per avere attenzione è provocatoria - racconta Eliane, tra una battuta e l’altra con Marzia - quando vuole proprio farmi arrabbiare mi chiama “negretta”, e ho anche minacciato di andarmene portando la valigia in ingresso, ma a quel punto è corsa a chiedermi scusa”. “Quando Eliane, è stata un mese fuori dall’Italia, Marzia è stata quasi ricoverata”, racconta Cortivo, ma in generale ha fatto grandi miglioramenti: “Da quando sa che ha una casa e c’è Eliane che vi tornerà, Marzia ora tollera anche momenti di solitudine”. 

Jean e Mambaye, da Lampedusa al ruolo di “capofamiglia” a Trento

Jean della Costa D’Avorio e Mambaye del Senegal, sbarcati durante l’emergenze Nord-Africa, sono stati scelti come referenti di due progetti di co-abitazione per pazienti psichiatrici

TRENTO - Jean, 27 anni, rifugiato della Costa D’Avorio, arrivato a Lampedusa un anno fa, non immaginava di diventare responsabile di un appartamento abitato da un’anomala famiglia di uomini italiani a Trento. Arrivato nel capoluogo trentino durante l’"emergenza Nord-Africa", il ragazzo ivoriano è stato selezionato per partecipare al corso di formazione organizzato dal Cinformi (Servizio di Informazione sull’Immigrazione) per la preparazione di persone disponibili a convivere con pazienti psichiatrici gravi, nell’ambito del progetto realizzato dal Servizio Psichiatrico dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari (Apss) in collaborazione con il Servizio Attività Sociali del Comune di Trento. Così Jean da qualche mese convive con tre uomini italiani con disagio psichico di diverso livello, in un appartamento in centro città, gestito del Servizio Psichiatrico dell’Apss.
A Jean è stato affidato Luca, diciannovenne con lieve ritardo mentale e grave disagio psichico, adottato in Brasile da una famiglia trentina, ma cresciuto gli ultimi 5 anni in una casa di cura ad alta intensità assistenziale. “Dato che aveva problemi di violenza, nel senso che era manesco, non gli hanno fatto mai tenere in mano un coltello neanche a tavola, con il risultato che a 20 anni non sa neanche tagliarsi la carne, oltre ad essere semi-analfabeta per non aver frequentato le scuole che un giorno a settimana” spiega la referente le progetto. “Quando è arrivato qui non sapeva nè lavarsi nè vestirsi”.  Con Jean il problema della violenza di Luca è stato affrontato, piuttosto che evitato, come avveniva quella clinica specializzata, per la cui convenzione con l’Apss di Trento ha speso in cinque anni circa 400 milioni di euro: “Quando il ragazzo ha provato a toccarlo, il giovane rifugiato africano l’ha sollevato, lo ha guardato negli occhi e gli ha detto di non riprovarci mai più. E così è stato finora”, afferma Marina Cortivo, referente dell’area “Abitare” del Serviziosalute mentaledi Trento.
Oltre a Luca e Fabienne nella casa gestita dall’Apss, abitano Riccardo, ex restauratore di grande cultura separato da una famiglia con due figli in seguito a una grave depressione, e Aldo, trentenne che sta cercando di uscire da una condizione di disagio psichico maturata in seno a un nucleo familiare problematico: “So di avere avuto una sfortuna con la malattia mentale che devo affrontare ogni giorno, dice, ma non è niente rispetto ai drammi da cui provengono Fabienne e Riccardo, dice, devo andare avanti”. I risultati della convivenza gestita da Jean sono stati eccezionali, sottolineano volontari e operatori, ma lo afferma anche lo stesso Luca che prima non parlava con nessuno e oggi racconta: “Prima ho litigato con Aldo per una sigaretta. Ma poi ci ho parlato, ci siamo capiti e ci siamo abbracciati”.
“Erminio è conosciuto da tutti i dipartimenti di salute mentale della Regione. Avrà avuto oltre un centinaia di ricoveri in Spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura), tutte con necessità di lavanda gastrica per aver ingerito accendini o lamette. Il suo modo di cercare attenzione”: Così viene descritto l’uomo con evidente ritardo mentale e disabilità fisica, oltre al disagio psichico, per cui il Servizio di Salute Mentale di Trento ha avviato un progetto di co-abitazione con Mambaye, originario del Senegal e arrivato in Italia dalla Libia circa un anno fa. Erminio ha trovato una situazione di tranquillità e stabilità abitativa grazie al ragazzo africano ma anche grazie a Donata che è stata in passato sofferente di disagio psichico e che ora vive nel loro stesso appartamento. "Prendermi cura di Erminio fa stare bene anche me", dice la donna che lo segue sia materialmente, occupandosi delle sue pulizie, sia affettivamente, dandogli l’attenzione e l’amore di cui ha bisogno. “Sono stata abusata in famiglia e sento di aver sofferto lo stesso suo problema”, dice e, anche se a breve andrà a lavorare come badante da una signora anziana,“mia intenzione è diventare la sua famiglia” afferma. Al momento sono otto mesi che Erminio non viene ricoverato e sta cominciando anche ad abbandonare i farmaci.
Pubblicato su Agenzia Redattore Sociale - 18 novembre 2013

sabato 3 maggio 2014

Ai funerali di Roberto Mancini: un poliziotto che non seguiva schemi. E leggeva Il Manifesto

Un poliziotto profondamente libero, che non aderisce a schemi precostituiti, al punto che "nei primi anni '80 subì come provvedimento disciplinare il trasferimento da Roma perché visto leggere il quotidiano "il manifesto" e per questo considerato pericoloso e inaffidabile", come ha testimoniato il suo collega.

Un marito solido e capace di condividere battaglie e ideali, nelle parole della moglie Monica: "grazie a tutti voi per essere qui. Vi chiedo solo una cosa: continuare a combattere per la Terra dei Fuochi, lui l'ha fatto per noi è per i nostri figli".

Un padre, in grado di trasmettere fiducia e dare forza "alla fine la vita e' solo una prova e mio padre l'ha affrontata", ha detto la figlia tredicenne "Solo la sua morte è stata la sua debolezza. Vi chiedo di non usarla per affermare la vostra forza".

"Un uomo, una persona giusta", come lo ha descritto Don Maurizio Patricello che ha officiato la messa per i suoi funerali, chiedendo più vicinanza tra i territori contaminati della terra dei fuochi e i palazzi della politica.

Così è stato ricordato questa mattina ai funerali, nella basilica di San Lorenzo a Roma, Roberto Mancini, il sostituto commissario che indago' sulle eco mafie in Campania e nel 1996 consegno' alla Dda di Napoli l'informativa che scopriva la Terra dei fuochi. Che dal 1998 al 2001 lavoro' per la Commissione d'inchiesta parlamentare sul ciclo dei rifiuti, facendo decine di sopralluoghi nei luoghi più pericolosi dove erano sepolte scorie. Che dopo l'accertamento da parte del comitato di verifica del Ministero delle Finanze che il suo tumore del sangue deriva da "causa di servizio" ha avuto dallo stato un indennizzo di 5.000 euro.

Non sono stati fatti i funerali di Stato per Roberto Mancini, ma funerali solenni. Molto sentiti per coloro che hanno saputo, e potuto parteciparvi. Forse un migliaio di persone, tanti agenti della polizia, "mamme del dolore" che hanno visto i loro figli ammalarsi di tumore nella terra dei fuochi, ragazzi dell'associazione "le agende rosse", ma anche giovani turisti in gita a Roma che si sono trovati a San Lorenzo al momento dei funerali e hanno considerato "doveroso" parteciparvi.

domenica 5 gennaio 2014

Chiapas, L'altra politica

Reportage del luglio 2005


Non per guadagnare voti, né per perseguire in alcun altro modo il potere e neanche esclusivamente a favore della causa indigena, ma per creare uno “spazio di ascolto” di necessità, sogni e aspirazioni. Lanciata dall’Esercito Zapatista nel luglio 2005, la “Otra campaña”, traducibile come “campagna diversa”, vuole percorrere il territorio messicano per incontrare e ascoltare le voci dei cittadini“più umili e semplici”. Essa avrà inizio proprio in periodo elettorale, ma proseguirà perché lo spazio dell’ascolto non debba interrompersi. L’inedita iniziativa e’ un coerente passo avanti del movimento ispirato a Emiliano Zapata, che intende costruire dal basso una società diversa.

La Campagna lanciata dall’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) segue e attua la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona del Giugno 2005 che afferma “sono molti i cammini di resistenza contro l’ingiustizia, e molti e diversi coloro che li portano avanti” e culmina con la chiamata a “tentare uniti di organizzare queste diverse esperienze, in un progetto per una diversa forma di fare politica, di sinistra, anticapitalista e per una nuova Costituzione”.

Organizzazioni politiche (non istituzionali) di sinistra, organizzazioni sociali, di indigeni, di lavoratori, di religiosi, di donne e di omosessuali, collettivi di artisti e studenti, ONG e singoli, anziani e bambini, oltre a decine di osservatori internazionali, hanno partecipato alle riunioni preparatorie della “Otra campaña”, per manifestare la loro adesione e fare nuove proposte. Realtà tanto variegate hanno mostrato un gran desiderio di unirsi e rafforzarsi, attratte irresistibilmente dal movimento più famoso al mondo che lotta per valori ideali e li mette in pratica con un sistema di governo alternativo e autonomo. Le 5 Giunte del Buon Governo, organi di direzione degli altrettanti territori autonomi zapatisti (Caracol), si contrappongono al Malgoverno centrale messicano, che non ha mai rispettato la cultura comunitaria degli indigeni. Tale sistema, che realizza una democrazia partecipativa secondo la rotazione nelle cariche, è stato instaurato in seguito al sollevamento del 1/1/1994, ispirato alle parole dell’eroe della Rivoluzione messicana Emiliano Zapata: “la terra è di chi la lavora”.



Le riunioni preparatorie della campagna si sono svolte in diverse comunità appartenenti al Caracol La Garrucha. Il Sup Marcos, nei suoi discorso iniziali ha raccontato la storia delle comunità ove la riunione si svolgeva, descrivendo così le vicende degli indigeni del Chiapas: sfruttamento, violenza e inganno, da parte di latifondisti, esercito e PRI , ma anche 500 anni di resistenza, fino al sollevamento del 1994: “Arrivò un momento in cui il Signor Ik non parlava più, ma ascoltava. Ascoltava la indignazione e la rabbia. Già prima l’aveva ascoltate, però ora c’era una differenza: erano una rabbia e una indignazione organizzate”.

Oggi, questi terreni dove siamo stati ospitati in centinaia, grazie al grande impegno e alle strutture costruite appositamente dalle comunità, sono amministrati autonomamente secondo i principi della forma comunale di lavoro e possesso della terra, già vigente prima dell’imposizione della proprietà privata da parte dei colonizzatori. Una delle partecipanti indigene ha descritto l’importanza della terra, rimandando al nome della comunità in cui ci trovavamo, “Dolores Hidalgo”: “..come il dolore di una mamma quando ha un figlio, un dolore che dà grande gioia: per la terra si lavora, si lotta, si soffre, ma essa poi genera il mais, il caffè, la legna degli alberi, il nutrimento degli animali, la casa..”.

Pedro, rappresentante di un’Unione di lavoratori, dice che le loro resistenze le fanno attraverso blocchi stradali, ma anche petizioni dirette al Governo. Il suo villaggio non fa parte dei territori zapatisti, ma afferma che le condizioni di vita, in seguito al sollevamento del ’94 sono notevolmente migliorate per gli indigeni: ora il governo, trovandosi davanti una forza tanto compatta, dà maggiore ascolto alle richieste di migliori scuole, ospedali, elettrificazione.. In alcuni casi i lavoratori, non ricevendo ascolto dal governo centrale, si rivolgono alle autorità autonome: come i taxisti del villaggio di Tapachula, che non ottenendo il permesso per lavorare, si sono recati presso la vicina Giunta del Buon Governo, dove hanno trovato un luogo per parlare e organizzarsi. Per Pedro l’obiettivo resta l’autonomia, anche se non tutti sono d’accordo, dice “spesso il potere economico debilita la lotta”. La resistenza degli indigeni zapatisti oggi è proprio questo, il“Non vendere la dignità”: come i maestri delle scuole autonome, che svolgono il loro lavoro avendo in cambio solo mais e fagioli dalla comunità. Qui, la dignità e la capacità di autogovernarsi con il dialogo, affascinano e fanno sognare in tanti.

Molti sono i collettivi di artisti e studenti che sostengono il movimento attraverso diverse forme creative e di comunicazione alternativa: in particolare i graffiti, che  nelle comunità autonome raggiungono un’estetica estremamente espressiva, ma anche con video, mostre e  pubblicazioni. Alcune associazioni messicane, così come i comitati internazionali di appoggio, sostengono progetti per migliorare le condizioni di vita degli indigeni, nei campi dell’agroecologia, ingegneria, sanità, educazione.. Alle riunioni hanno parlato organizzazioni per i diritti umani, collettivi di anarchici, omosessuali, femministe, ma anche gruppi punk e rap, con interventi a volte ripetitivi, in una maratona politica di quasi 18 ore. Mentre Marcos ascoltava e appuntava. Nel discorso finale il Sup ha apprezzato la varietà delle visioni e degli apporti dei partecipanti, assicurando che la “Otra campaña”, sarà contraria a qualsiasi tendenza egemonizzante e omogeneizzante. Il Subcomandante ha però sottolineato un punto fondamentale cui tutte queste realtà devono conformarsi per aderire: “Non cerchiamo un luogo per la parola, bensì un luogo per l’udito”. L’udito, un senso poco esercitato, in genere, dai leader politici, una capacità di cui il Subcomandante ha dato prova nella lunga maratona, una metodologia di lavoro per le Giunte del Buon Governo, ma soprattutto una virtù fondamentale per costruire un mondo più equo e pacifico, alla quale gli incontri di questi giorni, incentrati sull’ascolto di diverse esperienze, hanno cercato di preparare noi tutti.

giovedì 2 gennaio 2014

Mohamed e il pescatore: Storia di due uomini e un miracolo nel Mediterraneo

Questi due uomini, così lontani per origine, età, cultura e prospettive, erano diventati così vicini, per l'intimità che si crea nel confine tra la vita e la morte, tra il mare e la terra, tra l'antica legge del mare e la paura di essere accusati di “favoreggiamento di immigrazione clandestina”


Mohamed ha 26 anni ed è fuggito dalla Mauritania perché non sopporta più la condizione di schiavitù in cui lui e la sua famiglia vengono tenuti, in quanto neri. Ma il gommone che deve portarlo in Italia insieme ad altre 47 persone prende acqua e a poco a poco affonda, fino a che non resta lui solo su un pezzo di legno. Decide di attendere la morte ma viene distratto dalla vista di un delfino che gli ricorda che un giorno qualcuno gli ha detto “se incontri un delfino in mare, potrà salvarti”.
Vito è il capitano di un peschereccio di Mazara del Vallo: Ha 50 anni, ma lo spirito inquieto di un ragazzo. Ed è proprio per questo che, poichè non riesce a stare fermo e seduto davanti al monitor del peschereccio che guida, ma ha bisogno di alzarsi in piedi a scrutare il mare, all'alba di un giorno di fine agosto osserva qualcosa di inusuale affiorare tra le onde. Prende il binocolo pensando si tratti di una boa, ma poi vede un braccio alzarsi, muoversi verso di lui.

Ho ascoltato per la prima volta questi racconti di Mohamed e Vito quattro anni fa, quando, con l'idea di realizzare un documentario sul miracoloso salvataggio di un uomo solo in mezzo al mare premiato dall'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr), su spinta della produttrice Marta Zaccaron mi sono messa alla ricerca dei due protagonisti. Quando lo abbiamo rintracciato, Mohamed si trovava ad Alessandria, dove era stato inserito in un progetto di accoglienza e formazione professionale per rifugiati. Vito invece, lo abbiamo intervistato nella sua cittadina di Mazara del Vallo, tornato da una delle battute di pesca che in queste zone durano tra un mese e un mese e mezzo. Questi due uomini, così lontani per origine, età, cultura e prospettive, erano diventati così vicini, per l'intimità che si crea nel confine tra la vita e la morte, tra il mare e la terra, tra l'antica legge del mare e la paura di essere accusati di “favoreggiamento di immigrazione clandestina”. Entrambi avevano un grande desiderio di re-incontrarsi. E' stato possibile anche grazie al film, che in hanno creduto i giudici del Fondo Media della Commissione Europea e del Fondo per l'Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia, con cui è stato finanziato.

Il documentario parte da Parigi, dove Mohamed è andato a trovare alcuni suoi parenti, per arrivare, seguendolo nel suo viaggio in treno fino alla cittadina siciliana di Mazara del Vallo dove vive Vito, rievocando un viaggio drammatico e doloroso, ma anche vivendo insieme ai due protagonisti, un incontro che dà speranza per il futuro. Se il film racconta una storia di grande umanità e fratellanza, come quando Vito dice “per me ora Mohamed è come un figlio”, attraverso il giovane venuto dall'Africa si denuncia anche la disumana violazione della sacra legge del mare, cui tante normative inique hanno portato: “Tante volte, abbiamo visto barche passare, abbiamo fatto segni, urlato ma niente, scappavano tutte”, racconta Mohamed. Per me, la produttrice Marta Zaccaron e il regista Marco Leopardi, l'obiettivo è dare voce a tutti coloro che come Mohamed cercano un mondo migliore. Mohamed parla anche per tutti coloro che non ce l'hanno fatta.
Ludovica Jona
Il film può essere visto a questo link:

Per info:
https://www.facebook.com/MOHAMEDEILPESCATORE?ref=hl



L'auto-aiuto è welfare per la salute mentale

L'inclusione come antidoto alla malattia: l'esperienza degli utenti-operatori della “Rete toscana utenti di salute mentale” e della cooperativa Pegaso Blue, che tra Massa-Carrara e Pisa gestisce 4 gruppi d'appartamento e ospitalità in alcune case private.

di Ludovica Jona - 1 ottobre 2013
TRATTO DA AE 153
 
Fiducia, speranza, protagonismo e realizzazione personale sono parole chiave nel descrivere l'azione della “Rete toscana utenti di salute mentale”, che promuove la partecipazione dei pazienti alle attività e alle decisioni che li riguardano.
"Ne fanno parte esclusivamente pazienti, ovvero persone che come me sono sotto trattamento farmacologico e controlli con psichiatri”, afferma la presidente Maria Grazia Bertelloni.
Nata nel 2006 dall'esperienza del gruppo di Auto Mutuo Aiuto di pazienti psichiatrici di Massa-Carrara, la Rete comprende diverse realtà associative sul territorio regionale. Tra queste c’è la cooperativa Pegaso Blue, che gestisce l'assistenza domiciliare in quattro gruppi-appartamento e in diverse case private, ma offre servizi anche ad associazioni che trattano altre disabilità.

Gli utenti che svolgono l'assistenza domiciliare vengono definiti “utenti operatori”, e hanno ottenuto una qualifica attraverso i corsi per “facilitatore sociale” e “operatore per le marginalità sociali” organizzati dalla Asl locale. Così accade che Roberta, che fa parte del gruppo dell'Auto Mutuo Aiuto di Massa, segue come operatrice, per alcune ore alla settimana, i cinque utenti di un gruppo-appartamento alla periferia della cittadina toscana. Tra loro c'è Mauro, che in passato è stato ricoverato per sei anni in un Opg (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) -struttura penitenziaria per persone con malattia mentale- ma che oggi è impiegato in un progetto per l'accompagno dei ragazzi autistici nell'ambito di una convenzione stipulata dalla Pegaso Blue con l'Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva o relazionale). Maria Grazia, Roberta e Mauro fanno parte di una catena della solidarietà che risulta il mezzo più efficace per la cura della malattia mentale, perché affronta il suo tratto più atroce: il senso di vuoto e inutilità, lo stigma e la solitudine.

Guardando dalla finestra del piccolo ufficio del gruppo di Auto Mutuo Aiuto nel centro di Massa, accanto agli studi di avvocati e altri professionisti, Maria Grazia mi parla del medico che ha reso possibile questa rivoluzionaria esperienza, l'ex primario della Asl locale, Remigio Raimondi: “Ha fermamente creduto in noi, considerando lo stigma e il disagio sociale come i principali scogli da superare. Ha sostenuto i gruppi appartamento e altre attività per l’inclusione e non ha esitato a mettersi contro i tanti che si opponevano al suo approccio”.
Raimondi è morto per infarto un anno fa, all’età di 60 anni: “Si può dire che per noi ha dato la vita”, dice Maria Grazia. Ora, lei e gli altri membri del gruppo devono andare avanti senza il loro padre ispiratore. Solo tre giorni prima della morte del primario -come in un passaggio di consegne- è nato il Coordinamento nazionale utenti salute mentale cui hanno aderito rappresentanti di 11 regioni italiane. L'obiettivo è promuovere quanto affermato dall'Ufficio per l'Europa dell'Organizzazione mondiale della salute (Oms) nel 2010: “Le persone dovrebbero essere spinte a promuovere la loro stessa salute, interagire effettivamente con i servizi per la salute mentale ed essere parte attiva nel controllo della malattia”.
 

Maria Grazia Bertelloni nell'Ufficio del Gruppo di Auto Mutuo Aiuto a Massa.

L’appartamento romano

L’appartamento romano Dal 2003 un gruppo di utenti del Dipartimento di salute mentale dell’Asl Roma A vive in cohousing: successo d’integrazione, risparmio per il ministero ---

di Ludovica Jona - 30 settembre 2013
TRATTO DA AE 153

“Mi sembra un sogno questa vita che faccio oggi con Luigi”, dice Andrea, 40 anni e una diagnosi di schizofrenia.
Occhi chiari, pacati, racconta il suo passato fatto di viaggi in treno, fughe dalla casa dei genitori, notti di paura nelle stazioni di città sconosciute per sfuggire a voci che gli rimbombano nella mente da quando aveva vent’anni.
E cartoni di vino bevuti in solitudine, fermi della polizia per schiamazzi, ricoveri in reparti psichiatrici che assomigliano a gironi infernali. Oggi fa corsi di cucina e piccoli lavoretti da giardiniere, si prende cura della casa e spesso, nei fine settimana, va in montagna. Luigi, il suo coinquilino, ha una collezione di oltre mille cd e ha cominciato a leggere libri per superare la timidezza. Nell’appartamento che condividono da quattro anni hanno raggiunto un loro equilibrio. Come Luisa e Fabio, che sono diventati una coppia e -dopo oltre sette anni di convivenza- dimostrano di resistere a ogni crisi, a dispetto delle loro patologie psichiche. In tutto sono 27 gli utenti del Dipartimento di salute mentale (Dsm) della Asl Roma A che dal 2003 a oggi, terminato il percorso in comunità terapeutica, hanno cominciato un progetto abitativo autonomo in appartamenti regolarmente presi in affitto, con il supporto dell’associazione Solaris (www.lechiavidicasa.it, fondata da parenti di pazienti), il sostegno economico della Asl per vitto e alloggio e quello del Secondo Municipio per garantire la presenza di assistenti domiciliari alcune ore alla settimana.
“Le chiavi di casa” è il nome del progetto che ha rotto il ciclo vizioso di ricoveri coatti in ospedale, permanenze in comunità psichiatriche, cliniche, case famiglia e temporanei ritorni dai genitori, che per Andrea, Luigi, Luisa e Fabio era diventato routine. Una condizione esistenziale di instabilità abitativa che -a 35 anni dalla legge 180 che ha sancito la chiusura dei manicomi- condanna ancora chi soffre di disturbo mentale in Italia, nel limbo della malattia e della segregazione.


“Abbiamo voluto forzare un po’ i vincoli del nostro ruolo, anche prendendoci dei rischi e chiedendo ai pazienti di investire risorse proprie, ma i risultati sono stati sorprendenti” esclama Antonio Maone, psichiatra responsabile della Comunità terapeutica “Sabrata” di Roma, da cui provengono quasi tutti i pazienti inseriti nel progetto. Soltanto uno di loro ha avuto un ricovero ospedaliero in Spdc (Servizio psichiatrico di diagnosi e cura) dopo l’inizio del progetto e ha dovuto abbandonare il percorso di autonomia. “Misurando il miglioramento in termini di stabilità residenziale, possiamo dire che il successo è stato del 98% -afferma Maone-: il fatto di poter contare su una propria abitazione ha avuto anche un ruolo terapeutico”.
“Entrare e uscire dagli Spdc è un incubo. Chi non c’è stato non può capire -racconta, animandosi, Gabriella, una vita normale da impiegata fino a 40 anni, tenendosi dentro le voci e le visioni che aveva, poi esplosa in patologia schizofrenica, vita in strada, solitudine-. Sono anni che non ci metto più piede, per fortuna”. Vive con Donata in un appartamento vicino a quello degli altri ragazzi del gruppo che si è formato in comunità: “Abbiamo la nostra intimità, ma quando ci sentiamo soli ci facciamo visita”.
 Il sistema del “gruppo appartamento” o cohousing risulta non solo clinicamente appropriato ma anche economicamente efficiente. Se applicato a livello nazionale potrebbe contribuire a curare anche le sofferenti casse dello Stato: “Il risparmio è enorme quando si separano i bisogni abitativi dalle necessità assistenziali”, spiega Maone che ha realizzato una stima mettendo a confronto il costo di un distretto sanitario che ha realizzato progetti di cohousing per i propri pazienti, e quelle di un distretto che non lo ha fatto. “La spesa pubblica media di un paziente psichiatrico in regime di cohousing risulta di circa 350 euro al mese, mentre quella necessaria per un paziente ospite di strutture residenziali psichiatriche si aggira intorno ai 3mila euro (da 1.500 a 6mila a seconda dei casi)” afferma Maone.
Innanzitutto il paziente psichiatrico che ha risorse economiche proprie contribuisce al costo dell’abitazione, senza ricadere, per la residenza, a carico del Servizio sanitario nazionale. Ma anche per coloro che per pagare affitto e vitto devono essere sostenuti dalla Asl, la soluzione del “gruppo appartamento” permette di abolire le spese dell’assistenza 24 ore su 24 da parte di operatori socio-sanitari (che è obbligatoria nelle altre forme di residenzialità) a favore di un’assistenza più leggera. Si abbattono i costi fissi di lavanderia e del personale per la cucina e le pulizie e i pazienti hanno maggiori possibilità di venire integrati in attività lavorative nel proprio territorio.



A Ciampino, due gruppi-appartamento sono stati avviati il 1 maggio scorso, per ovviare all’insostenibilità finanziaria della casa famiglia locale. Su sollecitazione del direttore dell’Unità operativa di Salute mentale, Marco D’Alema, il Comune ha sostituito la casa famiglia con un progetto di gruppi-appartamento: “Il costo annuale della residenzialità è passato da 130mila a 50mila euro e, in più, abbiamo aumentato il numero degli utenti, da 4 a 6”, spiega il funzionario Raimondo Lucarelli. Anche in questo caso l’avvio del cohousing è stato possibile grazie all’incontro tra un medico determinato a creare un progetto ad hoc per il benessere dei pazienti e un’associazione di familiari (“La Rosa Bianca”) che si rende disponibile a fare da garanzia per l’affitto e ad occuparsi del pagamento delle bollette. Daniele, Luca e Paolo, inquilini di uno degli appartamenti aperti a maggio mi attendono per il caffè con una tavola ordinatamente apparecchiata, tazzine colorate e qualche dolce. L’appartamento è luminoso e pulito, e sulla porta è attaccato un foglio con la tabella dei turni per i lavori di casa.

“In casa famiglia avevo il barbone lungo, non mi lavavo quasi e mi svegliavo ogni giorno alle 12. Ero sempre davanti alla Tv -racconta Danilo-. Oggi non posso più perché c’è l’organizzazione della casa cui badare e con la borsa lavoro da giardiniere della Comunità di Capodarco pago parte dell’affitto -spiega-. Quando non è necessaria, l’assistenza 24 ore su 24 può essere un danno, oltre che uno spreco di risorse, perché disabitua il paziente a pensare che può risolvere un problema con capacità proprie”, afferma il dottor D’Alema, che è presidente dell’Airsam (Associazione italiana residenze per la salute mentale). Eppure a livello nazionale sono le strutture residenziali 24 ora su 24 ad assorbire la maggior parte delle risorse: quasi 56mila posti letto in strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie sono occupati da adulti con disabilità e patologie psichiatriche scrive l’Istat nel  rapporto 2010. Si tratta di strutture prevalentemente private (il 70%). Mentre per quanto riguarda i ricoveri ospedalieri in Spdc (costo che va dai 200 ai 600 euro al giorno per ricoveri che durano in media 2 settimane) i dati Istat indicano che le dimissioni di pazienti affetti da disturbi psichici sono state 290.964 nel 2008.
“Così restano pochi soldi per le attività sul territorio, come i gruppi-appartamento, che dovrebbero essere alla base della psichiatria italiana di comunità, figlia della legge 180” afferma Renzo De Stefani, primario del Servizio di salute mentale di Trento. Il 70% del budget per la salute mentale va invece a strutture residenziali in cui i pazienti assumono farmaci senza controllo, tendono ad ingrassare e a passare la giornata distesi a letto”, incalza Peppe Dell’Acqua, già direttore del Dsm di Trieste, secondo cui l’alternativa è un “budget di salute”, modello già utilizzato in Friuli-Venezia Giulia: con questo modello, i 3-5mila euro mensili a persona, generalmente usati per le rette della clinica o comunità, “vengono spesi in attività per il reinserimento sociale e per l’alloggio in appartamenti di massimo 6 persone”.




A Roma però la situazione è diversa: “Il possibile futuro taglio dei sussidi della Asl può significare la fine del progetto per Andrea e Luigi -spiega con preoccupazione Lotario Turini, presidente dell’associazione Solaris-: il rischio è che per mancanza di 200 euro al mese, i pazienti di via Sabrata che non hanno soldi propri per l’affitto vengano rispediti nel circuito di Spdc, clinica-comunità-casa famiglia, che costa sui 5mila euro al mese, oltre ad annullare il lavoro di anni”.
Un paradosso per una Regione come il Lazio, commissariata da anni e con un debito sanitario molto elevato (636,3 milioni nel 2012): “Circa l’80% delle persone che hanno fatto un percorso in comunità psichiatrica arrivano a una condizione in cui non hanno più bisogno di soluzioni istituzionali come le strutture residenziali e l’assistenza 24 ore su 24, eppure generalmente continuano a vivere con questo livello di assistenza per il fatto che non esistono concrete alternative”, afferma Maone. Il problema risulta in parte organizzativo -per un ricovero basta la ricetta del medico, per un cohousing bisogna chiedere permessi e attivare un progetto- e in parte economico. I gruppi-appartamento nel Lazio vengono finanziati grazie ai “sussidi terapeutici per disagiati psichici” previsti dalla legge regionale 49/83 istitutiva dei Centri di salute mentale (Csm), con cui però devono essere finanziate anche tutte le altre attività di supporto all’autonomia delle persone con malattia mentale, mentre le cliniche e le comunità psichiatriche godono di risorse certe, grazie a convenzioni con la Regione.
La disparità nello stanziamento delle risorse è enorme: per i sussidi terapeutici per disagiati psichici -con cui vengono finanziati anche borse lavoro, attività di socializzazione, vacanze- la Regione ha versato nel 2012 alle 12 Asl del Lazio circa 6 milioni di euro. Lo stesso anno ha destinato alle strutture residenziali del territorio regionale oltre 83 milioni di euro: si tratta di 1.350 posti letto, di cui 800 in case di cura e 550 in comunità.
 
“La sfida della tutela della salute mentale passa per i meccanismi di finanziamento, che dovrebbero evolvere attorno a percorsi integrati socio-sanitari su cui misurare i risultati sociali, sanitari ed economici -afferma Antonio Lapenta, consulente di economia e management in sanità-. Si tratta di promuovere sperimentazioni all’interno del Servizio sanitario nazionale e del complesso dei meccanismi di protezione sociale, misurarne e confrontarne i risultati a livello nazionale e stabilire criteri d’incentivazione”. In questo modo “facendo evolvere la figura del degente istituzionalizzato a quella di paziente curato fino a quella di cittadino tutelato”. In gioco c’è il compimento del diritto costituzionale alla salute: “La libertà è terapeutica" diceva Franco Basaglia, anche quella di sperimentare forme nuove per garantire l’esercizio dei diritti “Le parole ritrovate” di Trento (www.leparoleritrovate.com), attualmente alla fase di raccolta firme, che propone l’inserimento dei temi “Abitare, lavoro e socialità” tra gli impegni dei servizi e stabilisce che “la parte variabile del salario degli operatori”, debba essere determinata dal “tasso di fiducia e di speranza di utenti e familiari”. Da misurare, “secondo modalità decise dalle consulte di salute mentale”, “almeno una volta all’anno”. Va in questo senso la proposta di legge di iniziativa popolare “181” promossa dal movimento “Le parole ritrovate” di Trento (www.leparoleritrovate.com), attualmente alla fase di raccolta firme, che propone l’inserimento dei temi “Abitare, lavoro e socialità” tra gli impegni dei servizi e stabilisce che “la parte variabile del salario degli operatori”, debba essere determinata dal “tasso di fiducia e di speranza di utenti e familiari”. Da misurare, “secondo modalità decise dalle consulte di salute mentale”, “almeno una volta all’anno”.

Da Trieste a Matera
Sono nate grazie all’impegno di singoli medici e amministratori locali, perciò non esiste un elenco di tutte le realtà di cohousing in ambito psichiatrico oggi attive in Italia. Elenchiamo alcune tra le più significative. L’esperienza più antica è a Trieste, prima città  a chiudere un manicomio, quello di cui era direttore Franco Basaglia: Qui il cohousing è cominciato nel ‘75 e oggi la “regola” della residenza psichiatrica sono appartamenti di meno di 6 persone. Nel distretto di Torino1 c’è l’esperienza più vasta: 60 gruppi appartamento con diversi livelli di assistenza, e 150 persone che in seguito sono andate a vivere da sole. A Trento ci sono le sperimentazioni più innovative -come la pratica di intestare l’affitto ai pazienti stessi per favorirne la responsabilità, ma anche l’idea di promuovere la convivenza dei pazienti psichiatrici con rifugiati e richiedenti asilo politico, per andare incontro a diverse necessità-. Nel centro-Italia c’è l’esperienza rivoluzionaria della Rete toscana utenti salute mentale, i cui membri hanno costituito una cooperativa che gestisce gruppi appartamento -a Massa-Carrara e a Pisa- e crea lavoro.
Il cohousing è poi sperimentato a Roma, Ciampino (Roma), Bologna, Termoli (Is) e Bergamo. In Basilicata nel ‘78 ci fu la prima esperienza nel centro-Sud Italia di una struttura residenziale alternativa al manicomio: Oggi sono 3 i gruppi appartamento in provincia di Matera nati 10 anni fa su iniziativa della cooperativa “Progetto Popolare”. In Sicilia, a Caltagirone (Ct) sono nati 4 gruppi appartamento grazie a un progetto lavorativo di produzione agricola finanziato dall’Unione europea 10 anni fa, ma che prosegue ancora oggi.