venerdì 14 maggio 2010

Dedicata a Lampedusa

Posto una poesia di Alda Merini, dedicata a Lampedusa. Bellissima

Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d’avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.
Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire.
Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell’acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua.

sabato 24 aprile 2010

Nadine Gordimer: scrittura e impegno

Conciliare lo splendore della parola e l'asprezza della realtà. Raccontare: spinti dall'intimo, ardente desiderio di cambiamento, ma senza esserne mai travolti. Questo che è per me è il modello, l'ideale di scrittura, lo ritrovo nei romanzi, racconti e saggi del premio Nobel per la letteratura nel 1991, Nadine Gordimer. Sarà il tema dell'incontro e scontro tra bianchi e neri durante l'apartheid, magistralmente raccontato dalla sua penna, che non è mai scontata e mai banale perchè narra lasciando che a parlare siano i più profondi impeti dell'anima umana. Per questo la sua lettura più di quella di chiunque altro, oggi mi appassiona e consola. Proprio perchè il suo "impegno", non è mai cieco, idealizzante o demonizzante. Ecco alcune sue riflessioni sul tema, che copio dalla raccolta di suoi saggi "Vivere nella speranza e nella storia. Note dal nostro secolo".

"La moralità della narrativa consiste nel prendersi la libertà di esplorare ed esaminare con impavida onestà la morale contemporanea, compresi sistemi morali quali le religioni.

Quando mai gli scrittori hanno potuto eludere la politica, apertamente o implicitamente?
Forse il periodo in cui schiavi e contadini vivevano in miseria, mentre gli scultori erano alla ricerca delle proporzioni perfette del corpo umano? Il periodo in cui i rivoluzionari erano rinchiusi nelle prigioni dello zar Alessantro mentre i granduchi si costruivano palazzi a Nizza? Il periodo in cui ad affamati e disoccupati veniva offerta la salvezza di un fascismo sempre più forte mentre i playboy e le ragazze danzavano tenendo in bilico bicchieri di champagne rosé?
Sembra che non vi sia modo di sfuggire a tale rapporto.

Non tutti gli scrittori che intessono un rapporto con la politica, barattano l'immaginazione con il cilicio dello scribacchino di partito. Esiste anche il caso dello scrittore le cui facoltà immaginative vengono autenticamente risvegliate e chiamate in causa dallo spirito della politica così come egli la vive in prima persona. E può non trattarsi della libera scelta di un Byron. Può essere qualcosa cui è praticamente impossibile sfuggire in tempi e luoghi di terremoti sociali.

Il ruolo rivestito dalla letteratura è nell'illuminare il nostro popolo, nel dischiudere la vita alla potenza e alla bellezza dell'immaginazione, nel rivelargli se stesso attraverso lo scrittore in quanto depositario del suo ethos.
E' di questa rivelazione che hanno paura i regimi.

.. ma gli scrittori, gli artisti di qualsiasi genere, esistono proprio per spaccare le incrostazioni prodotte dall'abitudine e aprire un varco tra le inferriate che tengono prigioniera la sensibilità: esistono per permettere alla libera immaginazione di spuntare rigogliosa come l'erba nei prati."


giovedì 4 marzo 2010

LA PASIONARIA CON IL SARI


Una gamba bloccata dalla poliomelite non ha fermato la sua volontà di giustizia. E Kuhu Das, ha lasciato lavoro e famiglia per fondare l'Association of Women With Disabilities che di occupa delle ragazze disabili degli slum indiani. Sostenendole nella battaglia per i diritti, contro le barriere fisiche ma soprattutto mentali.

"Posso cominciare l'intervista con una canzone?" Prima di ricevere risposta, Kuhu Das dà vita a un dolcissimo e malinconico canto orientale sfoggiando una splendida voce femminile. Poi si interrompe e torna al consueto tono risoluto: "Vuoi sapere cosa vogliono dire le parole? Ecco: «Io non ricevo cure, non ricevo rispetto, non ho dignità, io ho una vita davvero terribile». Questo, è quello che dice la canzone". E questa è la situazione delle donne disabili in India, come ci racconta la giovane direttrice dell'Awwd (Association of Women With Disabilities).

Abusi ed emarginazione
"Le donne disabili in India subiscono in silenzio una violenza che va dalla mancanza di cura e dalla privazione del diritto all'istruzione, fino a abusi fisici e psicologici veri e propri. Ciò accade a partire dalla famiglia, fino ai centri di accoglienza", dice, sottolineando come il problema tenda a essere ignorato anche dalle organizzazioni che si occupano di diritti umani. "Nè nelle conferenze sui diritti delle donne, nè negli incontri per la tutela dei disabili se ne vuole parlare. Per questo devo sempre alzare la voce!" Con grandi occhi vispi e un senso dell'umorismo sempre pronto, Kuhu ha percorso, a dispetto della gamba bloccata dalla poliomelite, più strada di quanta il suo giovane volto farebbe credere. A cominciare dalla creazione di una delle prime associazioni a tutela delle donne disabili in India, la prima in cui parte dei soci e il 60 -70 per cento dello staff, è costituito da ragazze con disabilità.

"Senza stampelle io non posso camminare, a causa della poliomelite che ho avuto a tre anni. Crescendo con questa disabilità, ho dovuto affrontare molti ostacoli nella mia vita", dice Kuhu spiegando il percorso che l'ha condotta a fondare e dirigere l'Awwd. "Le prime sfide sono venute proprio da parenti e amici di famiglia. Molti di loro dicevano a mia madre che doveva aver sbagliato qualcosa nella sua vita passata, per essere stata punita con una figlia disabile". Kuhu racconta che, nonostante le critiche, la madre è stata molto forte, sostenendola nell'andare a scuola e nel completare la sua istruzione. Così Kuhu si è laureata, ha fatto un master in comunicazione di massa e ha cominciato a lavorare nel campo dell'empowerment delle donne in India. "Ma le organizzazioni di donne, non lavoravano mai per i diritti delle disabili e quando chiedevo loro di occuparsene mi rispondevano di farlo io stessa", racconta. "Era una sfida per me, ma ho deciso. Ho lasciato il mio lavoro, la mia famiglia e ho fondato questa associazione".


Donne a metà
Nel 2002 è così nata l'Awwd, la prima associazione indiana che si occupa di donne disabili coinvolgendo alcune delle beneficiarie, nel lavoro di sostegno e inserimento sociale e lavorativo di altre ragazze. Una sfida enorme, in un paese dove, come denuncia Kuhu, "le circa 40 milioni di donne disabili, sono vittime di un numero doppio di aggressioni e violenze, rispetto a quelle normali, ma sono anche le meno protette e assistite". E dove "la sterilizzazione forzata è uno dei rischi di tutte le donne diversamente abili, soprattutto mentali". "In generale nell'Asia Centrale – spiega Kuhu - il ruolo della donna è quello di sposarsi e avere bambini, ma se sei disabile non potrai essere una brava madre, una brava donna di casa. Se hai una deformità, non sei bella. Così nessuno ti sposerà. E nessuno ti considera una donna completa".

La direttrice di Awwd descrive poi la situazione che quotidianamente la sua associazione combatte: "Le ragazze disabili sono molto oppresse già nelle loro famiglie: nessuno pensa che debbano avere l'opportunità di studiare, ogni investimento su di loro è considerato una perdita di soldi. Vengono lasciate a casa e basta. Viene detto loro continuamente che sono persone inutili, così che cominciano ad esserne convinte esse stesse". Aspetto fondamentale del lavoro dell'Awwd, che attualmente opera in 15 aree del paese, beneficiando circa 5.000 ragazze, è quindi innanzitutto: "Fare capire loro, che nessuna persona è inutile, che ognuno è un essere umano e ha del potenziale da utilizzare al massimo, che non si deve avere vergogna delle proprie disabilità. Ciò porterà le ragazze ad avere una dialogo con il resto della società, a pretendere il rispetto e la considerazione cui hanno diritto".

Ricreare fiducia
"Quando cominciamo a lavorare in una nuova zona, ci sediamo con le donne e discutiamo a lungo cercando di tirare fuori la loro rabbia, gli abusi subiti, ma soprattutto i desideri che non hanno mai potuto esprimere". Poi l'associazione cerca di sostenere i progetti individuali, con mezzi materiali, come sedie a rotelle e computer, e con corsi di formazione professionale. "Ma il percorso di consapevolezza non è facile nè veloce - dice Kuhu - è un lavoro sulle ragazze ma anche sulla loro famiglia che dura 2-3 anni. E' difficile soprattutto negli slum a maggioranza musulmana, dove la collettività ha idee più tradizionali". Per questo vengono creati dei gruppi: "Così le ragazze possono sostenersi tra di loro, esprimere le loro sofferenze e comprendere i loro diritti, per poter rispondere agli abusi, fisici e psicologici di cui sono vittime". Le attività lavorative in cui le ragazze, vengono inserite sono soprattutto lavori di cucito e piccole attività commerciali. "Quando iniziano a guadagnare dei soldi, nelle famiglie cominciano a rispettarle di più".

"Abbiamo molte storie di successo!" Esclama Kuhu, mostrando le foto di alcune delle sue ragazze, raccolte in un calendario nella sede di Pangea Onlus, la ong italiana che sostiene alcuni progetti di Awwd. "Presto ho capito che nell'associazione non potevo fare tutto da sola, avevamo bisogno di varie altre leader come me. Così abbiamo formato alcune delle ragazze che erano state beneficiarie dei gruppi di empowerment, nella leadership di nuovi gruppi". Un ruolo che non ha trovato ostacoli nella mancanza di mobilità o di vista di alcune donne dello staff di Awwd. "Tabassum è cieca ma è diventata una leader molto coraggiosa", "Soni, che ha una disabilità motoria, ha motivato Ayesha che è cieca", "Lei è stata gravemente abusata, ma, è riuscita a reagire" "Banya ha creato una piccola attività di produzione di bastoncini di incenso".. E poi ci sono quelle come Nisha, che non era mai andata a scuola a causa della sua disabilità motoria, ma che dopo aver ottenuto una formazione per l'apertura di un'attività commerciale è diventata sia una piccola imprenditrice che una formatrice e promotrice di gruppi di empowerment. Ora si considera "una donna d'affari e una datrice di lavoro". L'indipendenza economica è fondamentale, dice Kuhu: "Adesso tutta la comunità sta attenta a come parla a queste ragazze".

pubblicato anche sulla rivista Vps (Volontari per lo Sviluppo): www.volontariperlosviluppo.it

mercoledì 23 dicembre 2009

NATALE IN TENDA (dei profughi afgani alla stazione Ostiense)



(foto di Valeria Galletti)

Questo è un articolo che avevo scritto per un giornale free press tra i più diffusi, con l'intento(comunque un po' troppo ambizioso) di "fare almeno un po' di pressione" perchè le autorità competenti, volgessero il pensiero alla faccenda. Non è nuova, lo so. Di afgani accampati all'Ostiense si parla da mesi, anni. E loro continuano ad arrivare e, dopo viaggi inimmaginabili, a resistere al freddo e al disagio. La notizia non è andata su quel giornale, troppo intasato in questo periodo di pubblicità natalizie. La pubblico ora qui, dedicandola agli attiviti dell'associazione che continua a occuparsi di questo flusso di giovani orientali - nostro unico riscontro di una guerra combattuta lontano da qui - durante i lunghi periodi che intercorrono tra i picchi di attenzione mediatica.

"Vengono con febbre, dermatiti, malattie respiratorie e noi gli diamo gli antibiotici che ci fornisce la Caritas, ma come possono guarire se continuano a dormire all'aperto, con questo freddo?" Alberto e Chiara sono volontari dell'Associazione Medu (Medici per i diritti umani), che da anni assiste i rifugiati dell'Afghanistan che giungono alla stazione Ostiense, snodo fondamentale per i giovani in fuga da quel paese martoriato dal conflitto. Punto di riferimento della migrazione, ma anche e sempre di più, luogo di accampamento, a causa della carenza di strutture pubbliche dedicate all'accoglienza di richiedenti asilo a Roma. Un dramma, quando arriva il gelo di questi giorni. E di queste notti.

Una soluzione per alcuni di loro, è stata trovata dal Comune di Roma, nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Castelnuovo di Porto dove, in seguito alla pressione del Medu e di altre organizzazioni impegnate a fianco dei profughi afgani, lo scorso 12 novembre sono stati trasferiti un centinaio degli "abitanti" dell'Ostiense. Ma molti sono rimasti fuori e continuano a dormire nelle tende da campeggio di nylon, circa una ventina, i cui colori estivi stonano nel paesaggio di cantieri e pozzanghere ghiacciate che circonda il terminal ferroviario. "Mercoledì mattina, quando abbiamo aperto il nostro ambulatorio mobile, sono venute 80 persone", dice Alberto Barbieri, coordinatore generale del Medu, indicando come questo, il numero di afgani ancora accampati nei pressi della stazione Ostiense. "Chiediamo che possano essere accolti in un posto chiuso anche loro", fa appello. La richiesta del Medu e delle altre associazioni che hanno seguito gli afgani, come Laboratorio53 e Yo Migro, è che vengano offerti ai giovani profughi i posti ancora disponibili al centro di Castelnuovo di Porto, attualmente gestito dalla Croce Rossa. "Almeno durante il periodo dell'emergenza freddo, fino a gennaio-febbraio".

"Per il futuro chiediamo che si possa creare un centro di assistenza e accoglienza, proprio qui, a Ostiense", dice Barbieri, sottolineando come il flusso di ragazzi in fuga dalla guerra non accenni ad arrestarsi. "Lo chiediamo anche per gli abitanti del quartiere" dice Barbieri, affermando come l'obbiettivo dell'attività di accoglienza sia anche evitare degrado e favorire la convivenza. Attualmente il quartiere non ha negato solidarietà: "Povere anime, vengon da me a prendere i cartoni", dice un giornalaio dei dintorni. Mentre il circolo bocciofilo, ha offerto la propria sede per il presidio socio-sanitario del Medu. "Ma - dice Alberto - questa situazione non potrà durare a lungo".

lunedì 14 dicembre 2009

Il Natale di Navtej (1 anno dopo l'aggressione di Nettuno)

Era giunto da un paese lontano e quando ha perso l'occupazione precaria si era trovato da solo, un senzatetto. Un giorno di pieno inverno tre ragazzi gli hanno tirato della benzina e hanno acceso il fuoco. In molti ricorderanno la storia di Navtej Singh Sidho, l'"indiano bruciato" nella stazione di Nettuno, il 31 gennaio scorso. Non si credeva che sarebbe sopravvissuto, ma i medici hanno lottato con lui e poi lo hanno assistito, per mesi. Ora è tornato l'inverno e Navtej può dire che ce l'ha fatta. Solo a sopravvivere però, perchè le sue gambe non possono più dirsi tali e almeno per alcuni mesi deve rimanere sulla sedia a rotelle. Ma ora deve abbandonare la struttura di riabilitazione di Telese Terme che lo ospitato per questi mesi. Il 24 o il 25 dicembre sono i giorni in cui si prevede la sua dimissione. Una data che fa riflettere e che forse salverà questo ragazzo di 35 anni. Forse nessuno avrà il coraggio di riportarlo in strada, proprio quel giorno. Forse. Perchè la generosità espressa dalle istituzioni nei giorni dell'attenzione mediatica è, finora, rimasta parole. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il sindaco di Nettuno Alessio Chiavetta, gli avevano assicurato un alloggio, mentre il presidente del Senato Renato Schifani, gli aveva promesso un lavoro. "Ma non è arrivato niente, e noi non sappiamo cosa fare quando lui uscirà dall'ospedale", denuncia Balray Singh, rappresentante della comunita' Sikh di Roma e membro della consulta religiosa della Capitale, che ha avuto dall'ambasciata indiana l'incarico di seguire le vicende sanitarie e legali di Navtej, per conto della sua famiglia. "Abbiamo continuato a chiedere quanto era stato promesso, ma senza avere risposte – aggiunge – soprattutto all'assessore ai Servizi sociali di Nettuno, Domenico Cianfriglia, che continua a rassicurarci, ma finora ci ha dato solo parole". Per quanto riguarda il lavoro, Singh afferma che "ora può fare solo un lavoro tranquillo, che gli permetta di restare seduto", e si appella di nuovo alla solidarietà delle istituzioni, o delle persone. Ma la cosa più urgente, resta l'alloggio. Singh racconta poi del processo ai tre ragazzi, che ha seguito: è stata data la prima condanna, di 5 anni, al più giovane, che ha confessato, mentre per i due maggiorenni ci sarà un'udienza nei prossimi giorni. Ma resta alta la preoccupazione per gli episodi di razzismo di cui sono continuamente oggetto i suoi connazionali, lavoratori agricoli nelle zone di Anzio, Aprilia e Lavinio: "Ciò che accade più spesso - dice – è che quando la sera tornano a casa in bicicletta, alcuni ragazzi in automobile, si fermano aprono gli sportelli e li spingono a terra. "I ragazzi a volte si fanno male in seguito a questo tipo di aggressioni, che accadono almeno due volte al mese, anche se di solito non denunciano perchè hanno paura di andare alla polizia, se non hanno i documenti".

Uscito anche su Epolis Roma di oggi

sabato 14 novembre 2009

REPORTAGE DAL KOSOVO: PRISTINA, GIOVANE MODERNA E DISOCCUPATA

Testo di Ludovica Jona. Fotografie di Alessia Leonello.




A poco più di un anno dall'indipendenza, la capitale del Kossovo ha l'aria di capitale europea alla moda. Nonostante il tasso di disoccupazione ufficiale sfiori l'80 per cento. Viaggio tra la massiccia presenza internazionale e la criminalità al potere

“L'Espresso all'italiana” è scritto sui tendoni che riparano le schiere di tavolini all'aperto nel viale alberato. Ragazzi in jeans e giacca di velluto attraversano i cortili affollati. C'è chi chiacchiera davanti a una birra e chi lavora al computer portatile. Un po' oltre, ci sono locali più ricercati: in stile moderno, con arredi in vetro e metallo, o etnico, in legno e paglia intrecciata. Vi siedono giovani in completo scuro e ragazze con tacchi alti e abiti vistosi. I camerieri servono composizioni di pesce o di formaggi assortiti, come nelle riviste di cucina più glamour. Non siamo nel centro di Milano allo scattare dell'aperitivo, ma a Pristina, capitale del Kossovo, in un ordinario mercoledì pomeriggio.

A pochi mesi dal primo compleanno dell'indipendenza (il 17 febbraio scorso), la capitale del paese più giovane d'Europa, con un'età media di 24 anni, ti accoglie come una ragazza che vuole stupire. Su boulevard Clinton, che dall'aeroporto conduce al centro, sfilano solide case progettate con gusto, mentre suv fiammanti sfrecciano sullo sfondo di cartelloni pubblicitari dei più noti marchi occidentali. E attorno alla piazza del “New Born”, il monumento dell'indipendenza costituito da grandi lettere di cemento colorato che compongono la scritta “nuovo nato” in inglese, un'esuberante vitalità mondana meraviglia il visitatore che abbia letto i rapporti sull'economia drammaticamente improduttiva del Kossovo e sul suo tasso di disoccupazione che sfiora l'80 per cento della popolazione attiva.

Le sigle di organizzazioni internazionali quali Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), Onu e Unchr (Alto commissariato Onu per i rifugiati) frequenti su palazzi e automobili nel centro di Pristina, sono la prima possibile spiegazione a segni di un benessere inaspettati, in un paese che è stato recente teatro di un feroce conflitto etnico. La presenza internazionale, seguita ai bombardamenti Nato del 1999 che sconfissero il regime di Milosevich, viene da molti considerata la più fiorente industria del paese: all'inizio del 2008, la sola missione Onu in Kosovo (Unmik) aveva speso circa tre miliardi di euro, in personale, beni e servizi. “Anche se solo una piccola parte di questa somma è stata investita nell'economia kosovara – sottolinea il sito d'informazione Osservatorio Balcani- il denaro speso ha certamente avuto un ruolo nella creazione di attività produttive”. Soprattutto a Pristina dove è concentrato oltre il 60 per cento del personale internazionale.

Nonostante ciò, quasi tutti i kossovari invocano l'allontanamento della missione inviata dall'Onu per sostenere (e monitorare) le istituzioni locali.
“I funzionari dell'Unmik hanno salari altissimi, ma ancora non ne abbiam visto i benefici sulla popolazione”, dice un giovane incontrato in uno dei più rinomati caffè del centro, il Papillon. Giacca gessata, voce impostata e sorriso smagliante, Artan si occupa di casting per la televisione nazionale. E' albanese, ma vanta diverse esperienze professionali in Italia e negli Usa: a convincerlo a venire a Pristina, sono state buone opportunità d'affari.
Tuttavia, la classe dirigente locale, costituita in prevalenza da ex leader dell'Uck (Esercito di Liberazione del Kossovo) non appare particolarmente impegnata nel potenziare l'economia locale. “Non vi sono investimenti significativi in alcun settore dell'economia e il tasso di suicidi giovanili è drammaticamente aumentato a causa della mancanza di prospettive e di lavoro”, dice Ilire Zajmi, cronista della Radio Kossova e corrispondente dell'Ansa a Pristina. “Neanche nel settore dello spettacolo vi è alcuna politica che favorisca investimenti stranieri”, le fa eco Skumbin I., noto attore comico kossovaro. Sono critiche che non stupiscono se si guarda al curriculum dei principali dirigenti politici del Kossovo: sia l'attuale capo del governo Hashim Thaci, che il leader del partito d’opposizione Ramush Haradinaj, oltre ad essere molto giovani, (hanno entrambi una quarantina d'anni), hanno avuto una formazione militare più che politica, essendo stati i principali leader dell'Uck. Inoltre, un dossier commissionato dalle forze armate tedesche all'Istituto di Berlino per la politica Europea, li descrive come “i capoclan dei cartelli mafiosi più potenti del Kosovo”, confermando informazioni fornite da precedenti inchieste giornalistiche e giudiziarie. In particolare, secondo il Washington Times, durante il periodo in cui Thaci fu a capo dell'Uck, l'organizzazione si finanziava prevalentemente attraverso il controllo di gran parte del traffico di eroina e cocaina verso l'Europa occidentale. Successivamente Thaci è stato additato dalla Bbc come “l'elemento centrale delle attività criminali condotte dal Kosovo Protection Force” (nato dopo lo scioglimento dell'Uck, assorbendone i miliziani), che estorceva denaro agli uomini d'affari sotto forma di tasse per il suo governo, una sorta di pizzo. Ramush Haradinaj è stato accusato di crimini di guerra e contro l'umanità dalla Corte Penale Internazionale per la ex Jugoslavia. Diversi testimoni a suo sfavore sono morti in circostanze misteriose durante il processo e nell'aprile 2008 è stato assolto da tutti i capi d'imputazione.

Il Kossovo è considerato il porto franco dell'Europa per l'80 per cento della droga prodotta in Afganistan e lavorata in Turchia. Lo spaccio internazionale è spesso additato come giustificazione della quantità di denaro che gira a Pristina, ma non è chiaro come traffici di tale portata possano avvenire indisturbati sotto gli occhi dei 16.000 militari della missione Kfor (Kosovo Force) guidata dalla Nato, tuttora presenti in questo fazzoletto di terra grande come il Molise. “Non sono i militari della Kfor che devono fare inchieste giudiziarie sul traffico di stupefacenti, ma la magistratura”, risponde Alberto Perduca, il magistrato italiano che dirige il settore giustizia di Eulex, la missione decisa dall'Unione Europea dopo la proclamazione dell'indipendenza del Kossovo (riconosciuta da quasi tutti gli stati membri), per sostenere le istituzioni locali, sostituendo gradualmente l'Unmik. Impegnata nei settori di giustizia, polizia e dogane con circa 2000 funzionari, l'Eulex è la più importante missione estera dell'Unione e, oltre al ruolo consultivo, può esercitare il potere giudiziario assieme agli amministratori locali. “Ad esempio – spiega Perduca- vi è una Procura speciale anticrimine, creata sull'esempio della Direzione speciale antimafia, costituita da 16 procuratori, dei quali 6 sono Eulex”. Tuttavia, dal dicembre scorso, data in cui è entrata in azione l'amministrazione della giustizia sostenuta dall'Eulex, è passato in giudicato solo un caso di rapina. “Stiamo ancora prendendo in consegna dall'Unmik gli oltre a 1200 fascicoli aperti per crimini di guerra”, dice il funzionario. E aggiunge che affrontare la criminalità organizzata sarà molto difficile: “L'attrezzatura tecnica, come quella per fare intercettazioni, non è adeguata”. Ma soprattutto: “I legami familiari e tra clan qui sono potentissimi e, in un paese così piccolo, è un grande problema anche difendere i testimoni!”
La scritta “Eulex made in Serbia”, che campeggia sulle mura di tutto il Kossovo, mostra che anche la missione inviata dall'Unione Europea non è amata dai locali. Accusandola di essere prodotto della Serbia, la si associa alla nazione contro cui è stata combattuta la cosiddetta “guerra di liberazione” della maggioranza dei kossovari, che sono di etnia albanese. A ricoprire le mura con quella scritta, sono le centinaia di attivisti di un movimento extra parlamentare chiamato “Vetevendosje!” (Autodeterminazione). Il suo fondatore è Albin Kurtis, 33 anni, già leader delle proteste studentesche contro il regime di Milosevich, nonchè vicino al leader kossovaro pacifista, Ibrahim Rugova. “Kfor e Eulex non dovrebbero avere poteri esecutivi né immunità legale”, ci dice. Ma non risparmia critiche pesanti ai membri del governo: “Thaci e i suoi uomini sono diventati burocrati e non si occupano delle persone. Il Governo afferma che non ha soldi ma non è vero: abbiamo calcolato che ha ancora nelle casse oltre 5 milioni di euro dagli aiuti e dalle privatizzazioni. Che cosa ci sta facendo?”

Intanto, sotto al Parlamento di Pristina, è spuntata una tenda: vi sventola la bandiera dell'Uck e da alcuni giorni vi dormono una trentina di uomini dai volti scavati e spesso solcati da vistose cicatrici. Sono ex militanti dell'esercito di liberazione del Kossovo e stanno facendo uno sciopero della fame. “Chiediamo al governo il riconoscimento da veterani e un sussidio per chi deve curare ferite di guerra”, dice il portavoce Naser, ex tecnico geometra in Svizzera. Come altri ex militanti dell'Uck, che erano immigrati negli Usa e in Italia, racconta di essere tornato in Kossovo nel 1999 per combattere l'esercito serbo. Ma dopo la guerra, l'Uck non è stato neanche menzionato nella costituzione del Kossovo. Con la conseguenza che coloro che vi hanno militato, non hanno neanche un sussidio per acquistare medicinali. Che in Kosovo non vengono offerti dal servizio sanitario pubblico, ma hanno prezzi europei: impossibili per stipendi medi che non raggiungono i 200 euro.

Così, dall'Uck, c'è chi è uscito capo del governo e chi si ritrova a fare lo sciopero della fame per un riconoscimento economico che gli permetta di curarsi. Perché sorti così diverse? Mi risponde Arkan, il giovane imprenditore incontrato al caffè Papillon: “Quegli uomini sono in sciopero della fame perché hanno smesso di lottare!” Poi mi racconta di un ragazzo che ha studiato teatro con lui e che ha ucciso molte persone. E che cosa fa ora? “Il manager!”

mercoledì 28 ottobre 2009

CRONACA DI UNO SGOMBERO Ex cartiera di Via Salaria 9 settembre 2009

ho messo insieme le foto scattate e i lanci mandati al redattore sociale durante il 9 novembre scorso. Lo sgombero non era stato avvisato e così stanze da letto e da pranzo sono rimaste bloccate nei gesti di quotidianità mattiniera che venivano compiuti durante l'irruzione.
Alla fermata del bus, bagagli in buste della spesa, biciclette per bambini portate a mano e antenne paraboliche.

Tra i 200 e i 300 immigrati, tra cui 80 membri di nuclei familiari con bambini, sono stati sgomberati questa mattina (9 settembre) dall'edificio dell'ex ente Cellulosa in via Salaria 971 a Roma. Sono circa 200 i membri delle forze dell’ordine tra polizia e carabinieri attualmente sul posto. La via Salaria è bloccata da stamattina alle 9. Ancora arredate con tutti gli effetti personali molte stanze all’interno del complesso poiché lo sgombero non era stato avvisato. "I nuclei familiari - dice il rappresentante alla Sicurezza del sindaco Giorgio Ciardi – saranno trasferiti presso un centro di accoglienza dell’arci confraternita situato in via della Primavera”. Al momento molti inquilini dello stabile, per la maggior parte provenienti da Bangladesh, Pakistan, India e Afghanistan, si stanno allontanando con i bagagli senza sapere dove andare.



Molti afgani e pakistani, circa un centinaio, titolari di protezione umanitaria del governo italiano, sono tra gli sgomberati dell'ex ente Cellulosa (vedi lancio precedente). "La domanda per accedere ai centri di accoglienza convenzionati è stata presentata": così è scritto sul cedolino datato 8 giugno 2008 del comune di Roma che Abdul, afgano di Kabul, mostra. E’ fuggito dalla guerra 2 anni fa e dall’Italia ha ricevuto l’asilo politico ma non un luogo dove stare. E’ stato 6 mesi a dormire alla stazione Ostiense, prima di venire in questo edificio un anno fa e oggi è di nuovo sulla strada. Alla fermata dell’autobus davanti all’ex ente aumentano le persone in attesa con i bagagli: sono peruviani, romeni, bengalesi, indiani, quelli che non hanno avuto amici che hanno potuto ospitarli. Victor, peruviano, è in regola con il permesso di soggiorno, è qui da 8 anni e fa il badante. Ma da quando non ha una famiglia fissa presso la quale lavorare, non può pagarsi l’affitto. Ashma, indiana, è venuta ad aiutare un amico e dice: “Se ci avvertivano, ci saremmo organizzati. Invece saremo costretti a dormire qui davanti stanotte”.





Si è concluso pacificamente nella tarda mattinata lo sgombero dell'ex Museo della Carta, struttura di proprietà della Fintecna occupato 18 mesi fa da alcune centinaia di immigrati di diverse nazionalità e da qualche famiglia italiana. La nota del comune parla di "120 persone”, ma Bachchu, il portavoce dell'Associazione "Duumchatu" che insieme al comitato "Aree ingovernabili" gestiva da un anno e mezzo l'occupazione, afferma: "Erano oltre 400: noi abbiamo tutti i nomi nei nostri registri. Tra di loro c'è anche Babul Begun, il marito di Meri Begun, la donna bengalese che nel gennaio 2007 si gettò dal balcone insieme al suo figlioletto per fuggire all'incendio divampato nel suo appartamento”. Il rappresentante della comunità bengalese aggiunge che “molti degli immigrati che sono stati sgomberati sono richiedenti asilo politico e in quanto tali non hanno un permesso di soggiorno che gli permette di lavorare. Ora, senza neanche un alloggio, che faranno? Saranno costretti a rubare?".
Nell'edificio di proprietà del ministero dell'Economia e delle finanze, oltre ai mobili e ai beni personali che le persone non sono riuscite a portare via, sono rimaste le statue e oggetti religiosi indù dei molti immigrati dell'Asia meridionale che vi alloggiavano, nonché le attrezzature di stampa di proprietà dell'associazione Duumchatu. Non vi sono state comunque resistenze allo sgombero che è avvenuto nella mattinata alla presenza di circa 200 membri delle forze dell'ordine. Alcuni autobus sono stati utilizzati per portare 81 immigrati, 20 nuclei familiari con minori, donne sole, ragazze madri e minori soli, in strutture del comune adibite all'emergenza alloggiativa. Gli uomini soli, ovvero la maggioranza, si sono assiepati con i bagagli attorno alla fermata sulla Salaria in attesa di un autobus che li portasse in una stazione o in un altro luogo per passare la notte. Perché “i centri di accoglienza sono ormai stracolmi”, dicono in coro gruppetti di afgani mostrando certificati di iscrizione ai centri del Comune, risalenti a diversi mesi fa.