Da poche ore è stato riaperto a New Delhi il negoziato commerciale tra Unione Europea e India che va avanti dal 2007. Tra i nodi ancora da sciogliere, quello dei farmaci generici. L'Unione Europea infatti, chiede all'India di penalizzare le sue industrie produttrici di farmaci bio-equivalenti a basso costo, in nome della proprietà intellettuale. Nonostante le aziende indiane riforniscano per circa il 90% le organizzazioni umanitarie (anche europee) che operano nei Paesi economicamente più poveri.
Si
tratta di richieste che l’India, potrebbe aver difficoltà a contrastare,
essendo l'Ue il suo maggiore partner commerciale: nel 2008 il 17% delle
importazioni indiane venivano dall’Ue e il 21% delle esportazioni vi erano
destinate. Inoltre il Paese asiatico ha un debito di circa 8.000 milioni di
euro con l’Ue. Al contrario per l’Unione
dei 27, l’India è solo il decimo partner commerciale, cui è destinato il 2,4 %
delle esportazioni e da cui proviene l’1,9% delle importazioni.
Posto la mia intervista a Nicoletta Dentico, direttore di "Health Innovation in Practice" e consulente per l’accesso ai farmaci della campagna "Sblocchiamoli, cibo salute e saperi senza brevetti" (www.sblocchiamoli.org), pubblicata sul numero di novembre di Altreconomia.
Circa l’86% dei sieropositivi in trattamento nel mondo si curano con farmaci prodotti in India. La percentuale si alza al 91% per quanto riguarda i farmaci anti-retrovirali per i bambini. Il motivo del successo dei farmaci indiani è semplice: nel 2001 i medicinali anti-retrovirali coperti da brevetto costavano 10.000 dollari a persona all’anno, poi aziende del gigante asiatico hanno cominciato a produrre lo stesso cocktail in versione generica a meno di 70 dollari. E così le cure anti-aids hanno potuto raggiungere anche i malati dei Paesi poveri, oggi il 90% del totale:“Oltre 6 milioni di sieropositivi sono in cura oggi perché il prezzo dei farmaci è sceso del 99%” sottolinea Medici Senza Frontiere. Oltre a fornire anti-retrovirali a basso costo per oltre 5 milioni di persone nel mondo, l’India è anche la più importante fonte di farmaci generici di buona qualità per il cancro e le malattie del cuore. L’India è il più grande Paese produttore di farmaci generici nel mondo dopo Usa e Giappone in termini di volume, e il 13 ° per quanto riguarda il valore. Oggi però la protezione della proprietà intellettuale sui farmaci è al centro dei negoziati per l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e India. La firma prevista per fine anno rischia di far chiudere le aziende di farmaci generici del gigante asiatico. “L’India è sotto tiro, in un negoziato commerciale che ha avviato nel 2007 con l’Unione Europea e con il Canada, per penetrare nuovi mercati” spiega Nicoletta Dentico, direttore di Health Innovation in Practice e consulente per l’accesso ai farmaci della Campagna Sblocchiamoli.
“Con l’Ue ha previsto un’enorme escalation degli scambi commerciali: dai 90 miliardi di dollari di oggi ai 237 nel 2015. Il negoziato doveva concludersi nel 2010 e invece sta andando avanti. Tra le ragioni, ci sono le clausole particolarmente restrittive sulla protezione della proprietà intellettuale previste nell’accordo, che avranno impatto sull’accesso ai farmaci. Con questo negoziato bilaterale infatti, l’Europa sta tentando in tutti i modi di impedire all’India di diventare, nel campo della protezione dei farmaci, un concorrente eccessivamente scomodo. Oggi l’India è la farmacia del Sud del mondo, come dimostrano le quote di dipendenza dai prodotti generici indiani, dei programmi internazionali per l’accesso ai farmaci come il Fondo globale per l’Aids, la tubercolosi e della ong Medici senza frontiere. Ma oltre all’attacco politico dell’Ue, nei confronti dell’India, abbiamo l’attacco legale della multinazionale Novartis. Il 6 settembre Novartis ha presentato alla Corte suprema indiana un’azione contro l’articolo 3d della legge indiana. Si tratta della norma che, stabilendo criteri elevati e rigorosi sulla brevettabilità, impedisce pratiche spesso utilizzate dalle multinazionali farmaceutiche, come il ‘rinverdimento’ (evergreening) dei brevetti in scadenza. Un articolo che ha impedito alla multinazionale svizzera di brevettare in India una nuova versione del farmaco anti-cancerogeno Gleevec. Nel caso in cui la Novartis vincesse la sua causa, l’India dovrebbe modificare la sua legge in modo da rendere brevettabile qualunque cosa presentata dalle multinazionali. La situazione è rischiosa perché -secondo i network di organizzazioni che lavorano sul tema- dopo aver perso un’analoga causa contro la legge indiana nel 2007, negli ultimi anni la Novartis ha portato avanti un’azione di vera e propria pressione nei confronti dei giudici della Corte suprema indiana.
Sia che l’Ue introduca le norme restrittive sulla protezione della proprietà intellettuale, sia che la Novartis vinca la sua azione contro l’articolo 3d della legge, l’industria generica Indiana, se non scomparirà, ridurrà quella presenza sul mercato che oggi viene considerata così pericolosa dall’Occidente. In questa situazione, la cosa strana è che il direttore di ricerca e sviluppo della Novartis, Paul Hearling, è oggi a capo del Consultative Expert Working Group dell’Organizzazione mondiale della sanità per gli incentivi alla ricerca farmaceutica per le malattie dei Paesi poveri”.
Quali conseguenze potrà avere sui negoziati la recente azione della Novartis?
“Si potrebbe avere un duplice impatto sul negoziato Ue-India: da una parte mettendo un’ulteriore pressione all’India perché accetti il rafforzamento delle norme sulla protezione dei brevetti, dall’altra scatenando un’azione della società civile sul fatto che l’India è oggetto di un attacco da parte del mondo ricco.
Alla conferenza Onu sull’Aids tenutasi in luglio a New York, la comunità internazionale si è impegnata a raggiungere i 15 milioni di sieropositivi curati (dei 33 milioni malati) entro il 2015. Anche la lotta all’Aids è in pericolo. Da una parte il rapporto congiunto che è stato messo a punto dall’Onu per la conferenza sull’Aids di luglio, dimostra come gli accordi bilaterali sul commercio -con le clausole più restrittive in campo di protezione brevettuale- possono rappresentare una seria minaccia per l’accesso ai farmaci soprattutto nei Paesi dove l’epidemia ancora divampa. Ma a mettere a rischio i programmi contro l’Aids c’è anche il fatto che i Paesi donatori stanno riducendo i loro contributi finanziari a causa della crisi economica. Se combiniamo l’azione politica degli accordi commerciali con quella di riduzione dei finanziamenti, c’è una realtà che non promette nulla di buono per le realizzazioni delle dichiarazioni delle grandi conferenze”.
Il ministro del Commercio indiano Anand Sharma ha dichiarato che l’India non accetterà la contestata clausola dell’esclusività dei dati. Le organizzazioni internazionali possono tirare un sospiro di sollievo?
“Finora è emersa l’intenzione dell’India di non sottostare alle clausole che la Commissione europea avrebbe imposto loro in materia di protezione della proprietà intellettuale. In particolare la clausola dell’esclusività dei dati (data exclusivity) che vieta per un certo numero di anni alle aziende indiane l’utilizzo dei dati clinici delle ricerche realizzate dalle case farmaceutiche: l’uso dei dati clinici è fondamentale per le aziende che vogliano realizzare farmaci equivalenti in tempi adeguati e metterli sul mercato immediatamente dopo la scadenza del brevetto. Credo che la reazione del ministro del Commercio sia in larghissima parte dovuta al fatto che su questo tema c’è stata una larghissima mobilitazione della società civile indiana e internazionale. Tuttavia, la complessità del negoziato bilaterale con l’India, che non riguarda solo i farmaci ma gli investimenti, l’esportazione di prodotti indiani come le automobili e l’accesso ai mercati, fa si che il ministro del Commercio indiano sia sottoposto a una serie di pressioni divergenti. A mio parere non è ancora detta l’ultima parola perché dentro la stessa compagine governativa indiana, c’è chi vuole difendere i diritti, ma anche chi invece ha un’interesse prevalente nei confronti delle dinamiche del mercato”.
In che modo le ong e le organizzazioni internazionali, hanno fatto sentire la propria voce nell’ambito dei negoziati?
“Le ong e le associazioni della società civile indiana si sono fatte sentire in tutti modi e sono state determinanti per ritardare questo negoziato e farlo venire alla luce. Questi accordi commerciali bilaterali sono infatti caratterizzati da un’assoluta mancanza di trasparenza. Per quanto riguarda l’Europa, organizzazioni come Medici senza frontiere hanno rincorso le clausole dell’accordo, smascherando la versione continuamente raccontata dal commissario al Commercio europeo Karel De Gucht, secondo cui le norme chieste dall’Ue non andranno minimamente a toccare la salute delle popolazioni dei Paesi poveri”.
“In Italia e in Europa i farmaci generici ci sono. Il problema è che c’è una comunicazione talmente aggressiva da parte delle multinazionali farmaceutiche verso coloro che somministrano i medicinali, che oggi sono pochissimi i medici e i farmacisti che propongono l’equivalente generico. Inoltre il termine ‘generico’ non è rassicurante, dovremmo utilizzare ‘bio-equivalente’”.







