lunedì 14 dicembre 2009

Il Natale di Navtej (1 anno dopo l'aggressione di Nettuno)

Era giunto da un paese lontano e quando ha perso l'occupazione precaria si era trovato da solo, un senzatetto. Un giorno di pieno inverno tre ragazzi gli hanno tirato della benzina e hanno acceso il fuoco. In molti ricorderanno la storia di Navtej Singh Sidho, l'"indiano bruciato" nella stazione di Nettuno, il 31 gennaio scorso. Non si credeva che sarebbe sopravvissuto, ma i medici hanno lottato con lui e poi lo hanno assistito, per mesi. Ora è tornato l'inverno e Navtej può dire che ce l'ha fatta. Solo a sopravvivere però, perchè le sue gambe non possono più dirsi tali e almeno per alcuni mesi deve rimanere sulla sedia a rotelle. Ma ora deve abbandonare la struttura di riabilitazione di Telese Terme che lo ospitato per questi mesi. Il 24 o il 25 dicembre sono i giorni in cui si prevede la sua dimissione. Una data che fa riflettere e che forse salverà questo ragazzo di 35 anni. Forse nessuno avrà il coraggio di riportarlo in strada, proprio quel giorno. Forse. Perchè la generosità espressa dalle istituzioni nei giorni dell'attenzione mediatica è, finora, rimasta parole. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il sindaco di Nettuno Alessio Chiavetta, gli avevano assicurato un alloggio, mentre il presidente del Senato Renato Schifani, gli aveva promesso un lavoro. "Ma non è arrivato niente, e noi non sappiamo cosa fare quando lui uscirà dall'ospedale", denuncia Balray Singh, rappresentante della comunita' Sikh di Roma e membro della consulta religiosa della Capitale, che ha avuto dall'ambasciata indiana l'incarico di seguire le vicende sanitarie e legali di Navtej, per conto della sua famiglia. "Abbiamo continuato a chiedere quanto era stato promesso, ma senza avere risposte – aggiunge – soprattutto all'assessore ai Servizi sociali di Nettuno, Domenico Cianfriglia, che continua a rassicurarci, ma finora ci ha dato solo parole". Per quanto riguarda il lavoro, Singh afferma che "ora può fare solo un lavoro tranquillo, che gli permetta di restare seduto", e si appella di nuovo alla solidarietà delle istituzioni, o delle persone. Ma la cosa più urgente, resta l'alloggio. Singh racconta poi del processo ai tre ragazzi, che ha seguito: è stata data la prima condanna, di 5 anni, al più giovane, che ha confessato, mentre per i due maggiorenni ci sarà un'udienza nei prossimi giorni. Ma resta alta la preoccupazione per gli episodi di razzismo di cui sono continuamente oggetto i suoi connazionali, lavoratori agricoli nelle zone di Anzio, Aprilia e Lavinio: "Ciò che accade più spesso - dice – è che quando la sera tornano a casa in bicicletta, alcuni ragazzi in automobile, si fermano aprono gli sportelli e li spingono a terra. "I ragazzi a volte si fanno male in seguito a questo tipo di aggressioni, che accadono almeno due volte al mese, anche se di solito non denunciano perchè hanno paura di andare alla polizia, se non hanno i documenti".

Uscito anche su Epolis Roma di oggi

sabato 14 novembre 2009

REPORTAGE DAL KOSOVO: PRISTINA, GIOVANE MODERNA E DISOCCUPATA

Testo di Ludovica Jona. Fotografie di Alessia Leonello.




A poco più di un anno dall'indipendenza, la capitale del Kossovo ha l'aria di capitale europea alla moda. Nonostante il tasso di disoccupazione ufficiale sfiori l'80 per cento. Viaggio tra la massiccia presenza internazionale e la criminalità al potere

“L'Espresso all'italiana” è scritto sui tendoni che riparano le schiere di tavolini all'aperto nel viale alberato. Ragazzi in jeans e giacca di velluto attraversano i cortili affollati. C'è chi chiacchiera davanti a una birra e chi lavora al computer portatile. Un po' oltre, ci sono locali più ricercati: in stile moderno, con arredi in vetro e metallo, o etnico, in legno e paglia intrecciata. Vi siedono giovani in completo scuro e ragazze con tacchi alti e abiti vistosi. I camerieri servono composizioni di pesce o di formaggi assortiti, come nelle riviste di cucina più glamour. Non siamo nel centro di Milano allo scattare dell'aperitivo, ma a Pristina, capitale del Kossovo, in un ordinario mercoledì pomeriggio.

A pochi mesi dal primo compleanno dell'indipendenza (il 17 febbraio scorso), la capitale del paese più giovane d'Europa, con un'età media di 24 anni, ti accoglie come una ragazza che vuole stupire. Su boulevard Clinton, che dall'aeroporto conduce al centro, sfilano solide case progettate con gusto, mentre suv fiammanti sfrecciano sullo sfondo di cartelloni pubblicitari dei più noti marchi occidentali. E attorno alla piazza del “New Born”, il monumento dell'indipendenza costituito da grandi lettere di cemento colorato che compongono la scritta “nuovo nato” in inglese, un'esuberante vitalità mondana meraviglia il visitatore che abbia letto i rapporti sull'economia drammaticamente improduttiva del Kossovo e sul suo tasso di disoccupazione che sfiora l'80 per cento della popolazione attiva.

Le sigle di organizzazioni internazionali quali Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), Onu e Unchr (Alto commissariato Onu per i rifugiati) frequenti su palazzi e automobili nel centro di Pristina, sono la prima possibile spiegazione a segni di un benessere inaspettati, in un paese che è stato recente teatro di un feroce conflitto etnico. La presenza internazionale, seguita ai bombardamenti Nato del 1999 che sconfissero il regime di Milosevich, viene da molti considerata la più fiorente industria del paese: all'inizio del 2008, la sola missione Onu in Kosovo (Unmik) aveva speso circa tre miliardi di euro, in personale, beni e servizi. “Anche se solo una piccola parte di questa somma è stata investita nell'economia kosovara – sottolinea il sito d'informazione Osservatorio Balcani- il denaro speso ha certamente avuto un ruolo nella creazione di attività produttive”. Soprattutto a Pristina dove è concentrato oltre il 60 per cento del personale internazionale.

Nonostante ciò, quasi tutti i kossovari invocano l'allontanamento della missione inviata dall'Onu per sostenere (e monitorare) le istituzioni locali.
“I funzionari dell'Unmik hanno salari altissimi, ma ancora non ne abbiam visto i benefici sulla popolazione”, dice un giovane incontrato in uno dei più rinomati caffè del centro, il Papillon. Giacca gessata, voce impostata e sorriso smagliante, Artan si occupa di casting per la televisione nazionale. E' albanese, ma vanta diverse esperienze professionali in Italia e negli Usa: a convincerlo a venire a Pristina, sono state buone opportunità d'affari.
Tuttavia, la classe dirigente locale, costituita in prevalenza da ex leader dell'Uck (Esercito di Liberazione del Kossovo) non appare particolarmente impegnata nel potenziare l'economia locale. “Non vi sono investimenti significativi in alcun settore dell'economia e il tasso di suicidi giovanili è drammaticamente aumentato a causa della mancanza di prospettive e di lavoro”, dice Ilire Zajmi, cronista della Radio Kossova e corrispondente dell'Ansa a Pristina. “Neanche nel settore dello spettacolo vi è alcuna politica che favorisca investimenti stranieri”, le fa eco Skumbin I., noto attore comico kossovaro. Sono critiche che non stupiscono se si guarda al curriculum dei principali dirigenti politici del Kossovo: sia l'attuale capo del governo Hashim Thaci, che il leader del partito d’opposizione Ramush Haradinaj, oltre ad essere molto giovani, (hanno entrambi una quarantina d'anni), hanno avuto una formazione militare più che politica, essendo stati i principali leader dell'Uck. Inoltre, un dossier commissionato dalle forze armate tedesche all'Istituto di Berlino per la politica Europea, li descrive come “i capoclan dei cartelli mafiosi più potenti del Kosovo”, confermando informazioni fornite da precedenti inchieste giornalistiche e giudiziarie. In particolare, secondo il Washington Times, durante il periodo in cui Thaci fu a capo dell'Uck, l'organizzazione si finanziava prevalentemente attraverso il controllo di gran parte del traffico di eroina e cocaina verso l'Europa occidentale. Successivamente Thaci è stato additato dalla Bbc come “l'elemento centrale delle attività criminali condotte dal Kosovo Protection Force” (nato dopo lo scioglimento dell'Uck, assorbendone i miliziani), che estorceva denaro agli uomini d'affari sotto forma di tasse per il suo governo, una sorta di pizzo. Ramush Haradinaj è stato accusato di crimini di guerra e contro l'umanità dalla Corte Penale Internazionale per la ex Jugoslavia. Diversi testimoni a suo sfavore sono morti in circostanze misteriose durante il processo e nell'aprile 2008 è stato assolto da tutti i capi d'imputazione.

Il Kossovo è considerato il porto franco dell'Europa per l'80 per cento della droga prodotta in Afganistan e lavorata in Turchia. Lo spaccio internazionale è spesso additato come giustificazione della quantità di denaro che gira a Pristina, ma non è chiaro come traffici di tale portata possano avvenire indisturbati sotto gli occhi dei 16.000 militari della missione Kfor (Kosovo Force) guidata dalla Nato, tuttora presenti in questo fazzoletto di terra grande come il Molise. “Non sono i militari della Kfor che devono fare inchieste giudiziarie sul traffico di stupefacenti, ma la magistratura”, risponde Alberto Perduca, il magistrato italiano che dirige il settore giustizia di Eulex, la missione decisa dall'Unione Europea dopo la proclamazione dell'indipendenza del Kossovo (riconosciuta da quasi tutti gli stati membri), per sostenere le istituzioni locali, sostituendo gradualmente l'Unmik. Impegnata nei settori di giustizia, polizia e dogane con circa 2000 funzionari, l'Eulex è la più importante missione estera dell'Unione e, oltre al ruolo consultivo, può esercitare il potere giudiziario assieme agli amministratori locali. “Ad esempio – spiega Perduca- vi è una Procura speciale anticrimine, creata sull'esempio della Direzione speciale antimafia, costituita da 16 procuratori, dei quali 6 sono Eulex”. Tuttavia, dal dicembre scorso, data in cui è entrata in azione l'amministrazione della giustizia sostenuta dall'Eulex, è passato in giudicato solo un caso di rapina. “Stiamo ancora prendendo in consegna dall'Unmik gli oltre a 1200 fascicoli aperti per crimini di guerra”, dice il funzionario. E aggiunge che affrontare la criminalità organizzata sarà molto difficile: “L'attrezzatura tecnica, come quella per fare intercettazioni, non è adeguata”. Ma soprattutto: “I legami familiari e tra clan qui sono potentissimi e, in un paese così piccolo, è un grande problema anche difendere i testimoni!”
La scritta “Eulex made in Serbia”, che campeggia sulle mura di tutto il Kossovo, mostra che anche la missione inviata dall'Unione Europea non è amata dai locali. Accusandola di essere prodotto della Serbia, la si associa alla nazione contro cui è stata combattuta la cosiddetta “guerra di liberazione” della maggioranza dei kossovari, che sono di etnia albanese. A ricoprire le mura con quella scritta, sono le centinaia di attivisti di un movimento extra parlamentare chiamato “Vetevendosje!” (Autodeterminazione). Il suo fondatore è Albin Kurtis, 33 anni, già leader delle proteste studentesche contro il regime di Milosevich, nonchè vicino al leader kossovaro pacifista, Ibrahim Rugova. “Kfor e Eulex non dovrebbero avere poteri esecutivi né immunità legale”, ci dice. Ma non risparmia critiche pesanti ai membri del governo: “Thaci e i suoi uomini sono diventati burocrati e non si occupano delle persone. Il Governo afferma che non ha soldi ma non è vero: abbiamo calcolato che ha ancora nelle casse oltre 5 milioni di euro dagli aiuti e dalle privatizzazioni. Che cosa ci sta facendo?”

Intanto, sotto al Parlamento di Pristina, è spuntata una tenda: vi sventola la bandiera dell'Uck e da alcuni giorni vi dormono una trentina di uomini dai volti scavati e spesso solcati da vistose cicatrici. Sono ex militanti dell'esercito di liberazione del Kossovo e stanno facendo uno sciopero della fame. “Chiediamo al governo il riconoscimento da veterani e un sussidio per chi deve curare ferite di guerra”, dice il portavoce Naser, ex tecnico geometra in Svizzera. Come altri ex militanti dell'Uck, che erano immigrati negli Usa e in Italia, racconta di essere tornato in Kossovo nel 1999 per combattere l'esercito serbo. Ma dopo la guerra, l'Uck non è stato neanche menzionato nella costituzione del Kossovo. Con la conseguenza che coloro che vi hanno militato, non hanno neanche un sussidio per acquistare medicinali. Che in Kosovo non vengono offerti dal servizio sanitario pubblico, ma hanno prezzi europei: impossibili per stipendi medi che non raggiungono i 200 euro.

Così, dall'Uck, c'è chi è uscito capo del governo e chi si ritrova a fare lo sciopero della fame per un riconoscimento economico che gli permetta di curarsi. Perché sorti così diverse? Mi risponde Arkan, il giovane imprenditore incontrato al caffè Papillon: “Quegli uomini sono in sciopero della fame perché hanno smesso di lottare!” Poi mi racconta di un ragazzo che ha studiato teatro con lui e che ha ucciso molte persone. E che cosa fa ora? “Il manager!”

mercoledì 28 ottobre 2009

CRONACA DI UNO SGOMBERO Ex cartiera di Via Salaria 9 settembre 2009

ho messo insieme le foto scattate e i lanci mandati al redattore sociale durante il 9 novembre scorso. Lo sgombero non era stato avvisato e così stanze da letto e da pranzo sono rimaste bloccate nei gesti di quotidianità mattiniera che venivano compiuti durante l'irruzione.
Alla fermata del bus, bagagli in buste della spesa, biciclette per bambini portate a mano e antenne paraboliche.

Tra i 200 e i 300 immigrati, tra cui 80 membri di nuclei familiari con bambini, sono stati sgomberati questa mattina (9 settembre) dall'edificio dell'ex ente Cellulosa in via Salaria 971 a Roma. Sono circa 200 i membri delle forze dell’ordine tra polizia e carabinieri attualmente sul posto. La via Salaria è bloccata da stamattina alle 9. Ancora arredate con tutti gli effetti personali molte stanze all’interno del complesso poiché lo sgombero non era stato avvisato. "I nuclei familiari - dice il rappresentante alla Sicurezza del sindaco Giorgio Ciardi – saranno trasferiti presso un centro di accoglienza dell’arci confraternita situato in via della Primavera”. Al momento molti inquilini dello stabile, per la maggior parte provenienti da Bangladesh, Pakistan, India e Afghanistan, si stanno allontanando con i bagagli senza sapere dove andare.



Molti afgani e pakistani, circa un centinaio, titolari di protezione umanitaria del governo italiano, sono tra gli sgomberati dell'ex ente Cellulosa (vedi lancio precedente). "La domanda per accedere ai centri di accoglienza convenzionati è stata presentata": così è scritto sul cedolino datato 8 giugno 2008 del comune di Roma che Abdul, afgano di Kabul, mostra. E’ fuggito dalla guerra 2 anni fa e dall’Italia ha ricevuto l’asilo politico ma non un luogo dove stare. E’ stato 6 mesi a dormire alla stazione Ostiense, prima di venire in questo edificio un anno fa e oggi è di nuovo sulla strada. Alla fermata dell’autobus davanti all’ex ente aumentano le persone in attesa con i bagagli: sono peruviani, romeni, bengalesi, indiani, quelli che non hanno avuto amici che hanno potuto ospitarli. Victor, peruviano, è in regola con il permesso di soggiorno, è qui da 8 anni e fa il badante. Ma da quando non ha una famiglia fissa presso la quale lavorare, non può pagarsi l’affitto. Ashma, indiana, è venuta ad aiutare un amico e dice: “Se ci avvertivano, ci saremmo organizzati. Invece saremo costretti a dormire qui davanti stanotte”.





Si è concluso pacificamente nella tarda mattinata lo sgombero dell'ex Museo della Carta, struttura di proprietà della Fintecna occupato 18 mesi fa da alcune centinaia di immigrati di diverse nazionalità e da qualche famiglia italiana. La nota del comune parla di "120 persone”, ma Bachchu, il portavoce dell'Associazione "Duumchatu" che insieme al comitato "Aree ingovernabili" gestiva da un anno e mezzo l'occupazione, afferma: "Erano oltre 400: noi abbiamo tutti i nomi nei nostri registri. Tra di loro c'è anche Babul Begun, il marito di Meri Begun, la donna bengalese che nel gennaio 2007 si gettò dal balcone insieme al suo figlioletto per fuggire all'incendio divampato nel suo appartamento”. Il rappresentante della comunità bengalese aggiunge che “molti degli immigrati che sono stati sgomberati sono richiedenti asilo politico e in quanto tali non hanno un permesso di soggiorno che gli permette di lavorare. Ora, senza neanche un alloggio, che faranno? Saranno costretti a rubare?".
Nell'edificio di proprietà del ministero dell'Economia e delle finanze, oltre ai mobili e ai beni personali che le persone non sono riuscite a portare via, sono rimaste le statue e oggetti religiosi indù dei molti immigrati dell'Asia meridionale che vi alloggiavano, nonché le attrezzature di stampa di proprietà dell'associazione Duumchatu. Non vi sono state comunque resistenze allo sgombero che è avvenuto nella mattinata alla presenza di circa 200 membri delle forze dell'ordine. Alcuni autobus sono stati utilizzati per portare 81 immigrati, 20 nuclei familiari con minori, donne sole, ragazze madri e minori soli, in strutture del comune adibite all'emergenza alloggiativa. Gli uomini soli, ovvero la maggioranza, si sono assiepati con i bagagli attorno alla fermata sulla Salaria in attesa di un autobus che li portasse in una stazione o in un altro luogo per passare la notte. Perché “i centri di accoglienza sono ormai stracolmi”, dicono in coro gruppetti di afgani mostrando certificati di iscrizione ai centri del Comune, risalenti a diversi mesi fa.










venerdì 21 agosto 2009

LO SCHINDLER DI BUENOS AIRES

Giovane console nell'Argentina dei militari, salvò oltre 300 perseguitati politici del regime. Nonostante l'opposizione del governo italiano di allora, che non voleva compromettere gli interessi economici nel paese. Oggi, Enrico Calamai denuncia il ripetersi di una situazione simile nei recenti accordi tra Italia e Libia.

pubblicato anche sulla rivista VPS (Volontari Per lo Sviluppo): www.volontariperlosviluppo.it

Un dramma troppo grande. Violenze troppo estreme per portarle con sé nella vita, a trent'anni. Quindi rimosse, fino a quando, dopo tre decenni, un processo chiama a testimoniare. E allora le memorie conservate in un angolo della coscienza tornano reali, vengono riprese, analizzate e infine magistralmente raccontate in un libro. Per denunciare il male, ma soprattutto l’omertà di chi preferì non opporvisi. E’ la storia di Enrico Calamai, detto lo Schindler o il Giorgio Perlasca argentino, perché come console a Buenos Aires tra il 1976 e il 1978 aiutò a fuggire oltre 300 perseguitati politici del regime militare argentino. Nonostante l’opposizione dell’amministrazione italiana da cui dipendeva, impegnata a non incrinare i rapporti con il governo del generale Videla. Le vicende di Calamai sono riemerse nel 2000, quando divenne testimone nei procedimenti penali aperti a Roma contro i militari responsabili della morte degli italo-argentini durante il regime. “Tutti allora ricordavano avvenimenti che io avevo cominciato a considerare pazzie personali”, dice di quel periodo."Avevo vissuto da vicino, anche se non sulla mia pelle, fatti di una tale violenza da essere insostenibili”, spiega l'ex diplomatico che nel romanzo autobiografico “Niente asilo politico-diplomazia, diritti umani e desaparecidos” edito da Feltrinelli, ricorda come "ancora più delle atrocità commesse dai militari argentini", lo torturasse "l'indifferenza e la complicità dell'amministrazione dello Stato democratico italiano che mi trovavo a dover rappresentare".

Con i perseguitati politici
Ai tempi del regime argentino, Calamai lavorava a Buenos Aires nel consolato italiano, che non gode di extra-territorialità al contrario dell'ambasciata. Questa però rifiutava ogni aiuto ai perseguitati politici, in accordo con le volontà della Farnesina volte a evitare ogni scontro con le autorità locali. Tuttavia dall'ambasciata stessa, cominciò a trapelare la voce che al consolato c’era un giovane disposto ad aiutare i perseguitati del regime. Così, in molti cominciarono a rivolgersi a lui. Calamai li aiutava preparando loro i documenti per l'espatrio e organizzando la fuoriuscita dal paese in condizioni di sicurezza. Spesso accompagnandoli all'aeroporto. In alcuni casi ospitandoli nella propria abitazione e rischiando personalmente la vita. “Se lo avessero trovato insieme a noi avrebbe fatto la nostra stessa fine”, ha raccontato alla Rai Claudio Camarda, aiutato dal diplomatico quando era un giovane vivaista di Buenos Aires. Mentre l'avvocato Vanda Fragale ha affermato: “A me è stata data la vita due volte: la prima, me l’ha donata mia madre, la seconda, Enrico Calamai”.

Il valore della testimonianza
Oggi, quei procedimenti giuridici hanno portato alla condanna di diversi torturatori e assassini del regime di Videla. Nel febbraio scorso, la Corte di Cassazione italiana ha confermato la condanna all’ergastolo dell’ufficiale Alfredo Astiz, come colpevole dell’uccisione di tre italo-argentini durante la dittatura. Probabilmente l’Argentina non concederà l’estradizione di Astiz, oggi indagato anche in patria, tuttavia Calamai sottolinea il valore dei processi agli ex militari argentini, tenuti in Italia, ma anche in Spagna, Francia e Germania: “Mostrano che la magistratura argentina non è sola a giudicare e condannare persone che si sono rese colpevoli di crimini contro l'umanità. Fino al 2003, quando il presidente Nestor Kirchener ha abolito le cosiddette "leggi della vergogna" che garantivano l'amnistia agli ex militari del regime, i processi in Europa erano l’unico modo con cui i parenti delle vittime potevano ottenere giustizia. Successivamente, i processi europei sono diventati sussidiari. Ma ancora fondamentali nel sostenere la giustizia di un paese che, dopo trent’anni, affronta con enormi difficoltà le ferite del passato”.

Le “madres” e i nuovi desaparecidos
Attraverso le “madres de plaza de Mayo” e le associazioni argentine con cui continua ad essere in contatto, Calamai conosce le difficoltà che ancora si incontrano in Argentina, nei processi ai crimini della dittatura: “La situazione è difficile e pericolosa perché vi sono molti magistrati che furono nominati proprio dai militari che oggi si trovano a dover processare. Di qui complicità, omissioni e lungaggini burocratiche. Ma anche minacce all’incolumità fisica dei testimoni, dei loro avvocati e degli stessi giudici intenzionati a far andare avanti i procedimenti”. Minacce che si sono concretizzate, come nel caso del testimone–desaparecido Julio Lopez, scomparso nel 2006, il giorno della condanna di un militare al cui processo aveva testimoniato. Non fu mai ritrovato. Poi vi sono stati altri sequestri del genere, anche se poi sono stati rilasciati. “Una delle storie più inquietanti – racconta Calamai - è quella di un testimone, che subito dopo aver incontrato il proprio avvocato ha ricevuto una telefonata anonima in cui gli è stata fatta riascoltare la registrazione dell'intera conversazione avuta poco prima con il legale”. Una minaccia chiara. “Nonostante ciò –dice l’ex diplomatico- sono tutti decisi ad andare avanti”.

Prevenire i crimini di Stato
“Il principale limite di questi processi è che puntano il dito contro i militari argentini, ma non contro le complicità italiane che hanno reso possibili i crimini, lasciando in ombra il ruolo svolto dalla classe politica e dal sistema industriale dell’Italia”, dice l’ex diplomatico. “Il fatto ci sia l’avvocatura dello Stato come parte in causa, nega qualunque possibilità di autocritica da parte delle istituzioni italiane – insiste Camai – mentre solo arrivando a fare chiarezza sulle proprie responsabilità, si possono prevenire futuri comportamenti di collaborazione con autorità che si macchiano di crimini di lesa umanità”. Quindi parla del presente: “Così come trent’anni fa si chiudevano gli occhi di fronte alle atrocità commesse dai militari in Argentina perché si dava la priorità a mantenere i buoni rapporti diplomatici al fine di tutelare gli interessi economici delle nostre imprese, così oggi si chiudono gli occhi di fronte alle sistematiche crudeltà compiute nei confronti degli immigrati. In particolare di fronte a ciò che accade nei luoghi di detenzione per migranti in Libia, perché, per motivi politici, si preferisce che queste persone non arrivino in Italia”. E denuncia: “Oggi si va anche oltre: si arriva a finanziare, strutture in cui si compiono documentate violazioni dei diritti umani. Si fa in modo che non si veda, mentre nel silenzio si porta avanti una politica che, con cinismo e spregiudicatezza, viola sistematicamente i diritti dell'uomo”.

domenica 12 luglio 2009

INTERVISTA A MAMADOU CISSOKO, PRESIDENTE DELLA RETE DEI CONTADINI AFRICANI


pubblicato anche sulla rivista di VPS (Volontari Per lo Sviluppo: www.volontariperlosviluppo.it)

Occhi magnetici e ironici, un fisico imponente reso ancora più autorevole dall’abito tradizionale del Senegal. E’ una presenza carismatica, Mamadou Cissoko, il presidente onorario della Roppa, rete di migliaia di associazioni di contadini africani. E' a Roma invitato da ITALIAFRICA, rete di ONG e associazioni del nostro paese, che da anni lavora al fianco dei contadini africani nelle lotte politiche e di lobbying, per la costruzione di politiche agricole sostenibili tanto nel Nord come nel Sud del mondo.

Sorride quando gli chiedo di commentare la proposta del ministro Franco Frattini sullo stanziamento di 30 milioni di euro per un grande programma di cooperazione e prevenzione dell’immigrazione in Senegal: “Frattini non dovrebbe parlare con il governo, ma con i migranti stessi che sono i soggetti interessati!” I senegalesi che vivono in Italia sono 6000, più circa 12.000 irregolari: con il loro lavoro producono il 10 -13 per cento del Pil del Senegal. Citando questi dati Cissoko ironizza ancora: "Questa percentuale supera la proposta di Frattini, che quindi non ci conviene!” Ma poi riprende serio: “Non ci servono soldi dei paesi dell'Unione Europea, ma politiche che rendano possibile il nostro sviluppo: io non sono venuto in Italia per
ché penso l'Europa possa sviluppare l'Africa, ma per prevenire che la distrugga!”

“Oggi il Senegal è invaso da prodotti europei che, grazie alle sovvenzioni di cui beneficiano, risultano più economici di quelli africani”, spiega Cissoko. “Nei paesi africani invece i sussidi all'agricoltura sono inesistenti poiché per 20 anni Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale hanno posto l'eliminazione di qualsiasi aiuto pubblico all'agricoltura, come condizione per l'erogazione di aiuti e prestiti” continua il rappresentante di Roppa. In Africa, su una media di 247 dollari investiti per ettaro coltivato, solo un dollaro è assicurato dall'aiuto pubblico, mentre il resto deve essere fornito dai contadini stessi. Così, di fronte all'arrivo di prodotti sussidiati dalla Pac (Politica Agricola Comune) dell'Unione Europea, gli agricoltori africani non hanno altra scelta che abbandonare le campagne, riversarsi in massa nelle città in cerca di lavoro e, a volte, imbarcarsi alla ricerca di un futuro migliore in Europa. “Questa situazione – dice ancora Cissoko – è diventata ancora più complessa quest'anno con l'aumento della concorrenza di Brasile e India, che producono banane e altri beni alimentari a prezzi più bassi dei paesi africani”. Nel 2008 infatti l'Unione Europea, per adempiere agli obblighi assunti con l'Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), ha interrotto i rapporti economici preferenziali con i paesi Acp (le ex colonie di Africa Caraibi e Pacifico), tra cui vi sono molti Stati africani.

Per Cissoko, l'unica via per frenare la fuga dalle campagne, paradossale in tempi di crisi alimentare, è proteggere le economie africane “come ha fatto l'Europa per 50 anni” e rafforzare l'integrazione commerciale attraverso l'Ecowas e le altre organizzazioni economiche regionali del continente. “Come dice l'Ifad, sono necessari investimenti nell'agricoltura contadina – conferma Sissoko – ma soprattutto in vie di comunicazione che facilitino gli scambi tra paesi africani”. Su questa linea si inserisce l'appello della Coalizione Mondiale contro la Povertà che in occasione del vertice economico del G7, ha chiesto ai paesi più ricchi del mondo di aumentare i finanziamenti all'agricoltura (da 3,9 miliardi di dollari annui a 30), per perseguire l'obiettivo del Millennio che prevede il dimezzamento del numero di persone che soffrono la fame nel mondo. Nell'ultimo anno invece tale cifra è aumentata, raggiungendo l'impressionante cifra di 963 persone sotto alimentate. Delle quali circa tre quarti, abitano in aree rurali.

Negli ultimi anni l'agricoltura è stata trascurato dagli investimenti pubblici per lo sviluppo: se tra 1980 e 2007 i paesi industrializzati (Ocse) hanno aumentato gli aiuti allo sviluppo da 20 a 100 miliardi di dollari, negli stessi anni i fondi destinati a progetti agricoli sono scesi da 17 a 3 miliardii, la maggior parte dei quali, secondo l'organizzazione Via Campesina, non sono andati ai piccoli produttori. Un documento pubblicato dalla Campagna EuropAfrica (rete di associazioni della società civile europee e africane) sottolinea: “In Africa occidentale l'agricoltura familiare impiega il 60 per cento della popolazione attiva, occupando il 90 per cento delle terre coltivate: se fosse sostenuta adeguatamente potrebbe soddisfare la crescente domanda di cibo del continente”. “Non è la fame, a provocare la migrazione dei popoli dell’Africa occidentale, che sono per tradizione viaggiatori – conclude Cissoko - ma certo la crisi alimentare degli ultimi tempi l’ha dato nuovo impulso alla fuga”. Per porvi rimedio sarà necessario mettere rapidamente in pratica le indicazioni stabilite dalla conferenza delle quattro reti regionali di agricoltori africani (Roppa per l'area occidentale del continente, Propac per quella centrale, Eaff per l'orientale e Sacau per l'australe) secondo cui i governi africani dovranno “assicurare la protezione dei mercati locali”, ma anche “destinare il 20 - 30 per cento dei propri bilanci al sostegno delle attività agro – silvo -pastorali e della pesca”. Si chiede quindi di investire in Africa i circa 25 miliardi di dollari che la Commissione Economica Africana ha calcolato vengano spesi ogni anno per l'importazione di cibo da Europa, Cina e Americhe. Un cambiamento di rotta impossibile, dicono le organizzazioni africane, se le istituzioni dei Paesi sviluppati si opporranno. La palla passa al prossimo G8.

Per ulteriori approfondire:
(www.europafrica.info).

PACCHETTO SICUREZZA: NESSUN CONFINE POTRA' FERMARE LA NOSTRA LIBERTA'


Approvato il pacchetto sicurezza. Chi poteva dubitarne? Approvato il reato di clandestinità. Discriminatorio, anticostituzionale, contrario a ogni dichiarazione sui diritti dell'uomo ma.. per molti (troppi, purtroppo) italiani non esistono tanto i reati degli stranieri, quanto il reato di essere stranieri. Lo si vede, nella sua banalità, anche nel racconto di un post precedente "Tiburtina domenica notte e un abito di seta rossa ricamato in oro".


















Ma se loro sono la maggioranza, noi che ci opponiamo siamo sempre più determinati, uniti e forti, nella nostra rabbia. Queste sono alcune foto scattate a una manifestazione anti - pacchetto sicurezza qualche mese fa.

domenica 28 giugno 2009

DAL PERU' ALL'IRAN, PROFUMO DI LIBERTA'

Indigeni che scendono in piazza in Peru', ragazzi che urlano la loro rabbia alle telecamere, nonostante la violenta repressione. Giovani iraniani che, per sfidare un esercito che credeva di averli sedati, manifestano di notte. Senza cellulari, senza connessione internet, senza certezze, senza protezioni.

Diversissimi gli obiettivi dei due movimenti: libertà dall'espropriazione di terre a favore di multinazionali il primo, dall'oppressione di un governo ultrareligioso il secondo. Ma una sola energia. Quella di fronte alla quale i beni materiali non contano più. Perchè in quei paesi se ti ribelli, metti in gioco la prima e unica delle materie che veramente che possiedi, il tuo corpo. E lo sai, che per aver partecipato a quel corteo, potrai o giacere morto, torturato o imprigionato per anni.

Ma accade che prevalga un desiderio più forte del mangiare, del dormire e del riprodursi. Un diverso istinto di sopravvivenza. Quello che ci distingue dalle bestie. Non esiste solo in Iran e Perù. Anche se non hanno grande attenzione dai nostri media, molti paesi dell'Africa hanno forti movimenti di opposizione a dittature e governi autoritari e migliaia (migliaia!) di morti nelle proteste ad ogni elezione truccata. Un esempio, l'Etiopia: circa 3.000 morti dopo le elezioni del 2005 ( e circa 30.000 prigionieri politici nello stesso periodo).

Oggi molti ragazzi originari di questi paesi faticano ad ottenere l'asilo politico in Italia. Spesso non gli viene concesso neanche consegnando tutti i documenti e le prove necessarie. Invece che accoglienza gli viene offerto disprezzo, a volte violenza, se va bene tolleranza. Da parte di chi non metterebbe a rischio un dito del proprio corpo. Di chi non ha un briciolo di quel coraggio. E a volte penso, forse è proprio questo il punto. Chi, in questo paese, ricorda cos'è quel sentimento? La passione politica, il profumo di libertà?