mercoledì 5 settembre 2012

CAPITANO CORAGGIOSO

SI CHIAMA PIETRO RUSSO, È UN PESCATORE DI MAZARA. E SALVA I MIGRANTI DALLA MORTE

di Ludovica Jona - tratto da l'Unità 21-06-2012

Quando ho conosciuto il capitano Pietro Russo, con sua moglie Giovanna, nel locale che gestiscono a Mazara del Vallo, mi raccontò che non era riuscito ad assistere alla nascita del suo primo figlio, che ora ha 32 anni: era detenuto in Tunisia per conflitti sul mare territoriale. Sorridevano Pietro e Giovanna mentre parlavano di quei momenti di gioia e angoscia, come si fa con una vicenda passata cui si è fortunosamente si è scampati. Oggi Giovanna e il primogenito Giuseppe, ormai un uomo, sono nuovamente in ansia e in attesa di Pietro, sequestrato il l 7 giugno con gli altri dodici uomini dell'equipaggio del peschereccio Boccia II, nella città libica di Bengasi.
E nell'incertezza della Libia del dopo rivoluzione la preoccupazione è maggiore.
«Dopo una settimana di carcere ci hanno permesso di tornare nel peschereccio», racconta al
telefono Pietro Russo. «Siamo agli arresti domiciliari. Non possiamo scendere dalla barca e a terra
la situazione è pesante. Sulla banchina c'è di tutto: macchine che girano senza targa, ragazzi con le
armi nascoste e nessuno che controlla. Un Far West». Certo è meglio che in carcere. «Lì siamo stati
in 13 persone, tutto l'equipaggio, in una cella, vicino a dei criminali di guerra. Un uomo aveva
ucciso dieci persone quando faceva parte delle milizie di Gheddafi. Poi c'era gente  fuori di testa
che ce l'aveva con noi stranieri, ci minacciava..».
Il motivo del sequestro di Russo è una battaglia, senza regole, per le zone di pesca nel
Mediterraneo: la Libia nel 2005 ha infatti proclamato unilateralmente un’area protetta che si estende per 62 miglia, la metà delle acque tra la costa libica e l'isola di Lampedusa: 74 miglia pescosissime perché il mare è profondo e non è solcato da rotte commerciali. Limite che i pescatori di Mazara del Vallo si rifiutano di rispettare, rischiando così continuamente il sequestro di pescherecci e equipaggi. Come il Boccia II che il 7 giugno è stato intercettato a 40 miglia dalla costa libica.
«Quando le motovedette libiche ci hanno sequestrato, ci hanno detto che ci avrebbero subito
liberato ma poi il giudice ha decisoche si dovrà fare un processo. Siamo in attesa».
LA DIATRIBA INFINITA
Le battute di pesca per i pescatori mazaresi sono di circa 40 giorni. Lunghi periodi di navigazione
nel Mediterraneo in cui – anche al tempo di tecnologie radar e smartphone - l'unica certezza è
l'imprevedibilità degli eventi. Come quell'incredibile momento in cui, forse per ripagarlo di quella
nascita cui non ha potuto assistere, il mare in tempesta ha portato tra le braccia del capitano Russo
un fagotto di coperte che avvolgeva una bambina piccolissima. Era un mare così arrabbiato quel 28
novembre 2008 che il Ghibli - il peschereccio che allora Russo guidava - era stato chiamato via
radio dalla capitaneria di porto di Lampedusa per soccorrere un barcone carico di migranti in balia
delle acque agitate a 10 miglia a sud est dell'isola. «Ci siamo trovati davanti ad una scena
agghiacciante: ragazzi di  15 o 16 anni erano in una barchetta piena in modo incredibile di persone,
ad occhio 300-350,  che piangevano e urlavano – raccontava il Capitano Russo - bisognava agire in
fretta perché imbarcavano acqua. Così mentre gli altri due pescherecci di Mazara, il Monastir e
l’Ariete, li proteggevano da un vento forza 5, noi li abbiamo caricati. Approfittando della risacca li
abbiamo fatti salire a bordo ad uno ad uno. Un'operazione rischiosissima». Subito dopo la fine del
trasbordo il barcone, su cui viaggiavano rifugiati somali, eritrei e etiopi, è affondato sotto gli occhi
dei marinai mazaresi. «E in tutta quella confusione il primo ad arrivare a bordo, è stato quel fagotto.
L'ho aperto e mi sono trovato di fronte una bambina, piccolissima – racconta – mi ha sorriso e ho
dimenticato tutto il resto. Aveva tanta voglia di giocare, dopo tutto quel buio». Non è l'unico
episodio in cui il capitano, ora detenuto a Bengasi, ha salvato delle vite. L'altro risale al 2006.
Tornando da una battuta di pesca aveva incontrato un'imbarcazione di migranti che chiedeva aiuto.
Il peschereccio si era avvicinato, ma nella foga di salire a bordo, o forse spaventati da alcuni delfini
che saltellavano intorno, i naufraghi si erano spostati tutti su un lato e la barchetta si era capovolta.«Ci siamo trovati a dover salvare una ventina di persone che non sapevano nuotare - racconta il Capitano -. I primi ad avvicinarsi sono stati un uomo e una donna, una coppia: abbiamo preso il marito ma non lei, ci è sfuggita di mano e si è lasciata andare nelle onde. Poi, abbiamo saputo che aveva con sé un bambino di pochi mesi che le era sfuggito nel rovesciarsi della nave. L'ho vista affogare con i lunghi capelli neri che si allargavano nell'acqua. Alla fine ne abbiamo portati a riva ventuno su ventitré. Ma per lei e il bambino non c'è stato niente da fare. Un dolore grande». Oggi è il capitano Russo a chiedere aiuto: «Siamo pescatori onesti e chiedo che l'Italia non ci lasci soli».
Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo spera e prega. E non si stanca di
rimarcare: «Al di fuori di emergenze come questa che stiamo vivendo è necessario raggiungere un
accordo, garantito dal diritto internazionale su quelle 74miglia. Non è un problema di tre
pescherecci (insieme al Boccia II sono stati sequestrati i motopesca Maestrale e Antonino Sirrato,
nda) e una città, Mazara del Vallo. Questa è una questione cruciale per il Mar Mediterraneo, che è
un bacino commerciale, ma soprattutto un ecosistema che determina le condizioni di tutta l'Europa.
Questo mare è un mare di tutti, un luogo che deve permettere ai popoli di incontrarsi e vivere,
possibilmente in pace».

Proprietà poco intellettuali

La medicina amara Accordi commerciali con l’Ue e pressioni “multinazionali” mettono a rischio chiusura le industrie farmaceutiche indiane. E con esse, cure a basso costo

di Ludovica Jona - 21 novembre 2011
Circa l’86% dei sieropositivi in trattamento nel mondo si curano con farmaci prodotti in India. La percentuale si alza al 91% per quanto riguarda i farmaci anti-retrovirali per i bambini. Il motivo del successo dei farmaci indiani è semplice: nel 2001 i medicinali anti-retrovirali coperti da brevetto costavano 10.000 dollari a persona all’anno, poi aziende del gigante asiatico hanno cominciato a produrre lo stesso cocktail in versione generica a meno di 70 dollari. E così le cure anti-aids hanno potuto raggiungere anche i malati dei Paesi poveri, oggi il 90% del totale:“Oltre 6 milioni di sieropositivi sono in cura oggi perché il prezzo dei farmaci è sceso del 99%” sottolinea Medici Senza Frontiere. Oltre a fornire anti-retrovirali a basso costo per oltre 5 milioni di persone nel mondo, l’India è anche la più importante fonte di farmaci generici di buona qualità per il cancro e le malattie del cuore. L’India è il più grande Paese produttore di farmaci generici nel mondo dopo Usa e Giappone in termini di volume, e il 13 ° per quanto riguarda il valore. Oggi però la protezione della proprietà intellettuale sui farmaci è al centro dei negoziati per l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e India. La firma prevista per fine anno rischia di far chiudere le aziende di farmaci generici del gigante asiatico. “L’India è sotto tiro, in un negoziato commerciale che ha avviato nel 2007 con l’Unione Europea e con il Canada, per penetrare nuovi mercati” spiega Nicoletta Dentico, direttore di Health Innovation in Practice e consulente per l’accesso ai farmaci della campagna Sblocchiamoli (vedi box).
“Con l’Ue ha previsto un’enorme escalation degli scambi commerciali: dai 90 miliardi di dollari di oggi ai 237 nel 2015. Il negoziato doveva concludersi nel 2010 e invece sta andando avanti. Tra le ragioni, ci sono le clausole particolarmente restrittive sulla protezione della proprietà intellettuale previste nell’accordo, che avranno impatto sull’accesso ai farmaci. Con questo negoziato bilaterale infatti, l’Europa sta tentando in tutti i modi di impedire all’India di diventare, nel campo della protezione dei farmaci, un concorrente eccessivamente scomodo. Oggi l’India è la farmacia del Sud del mondo, come dimostrano le quote di dipendenza dai prodotti generici indiani, dei programmi internazionali per l’accesso ai farmaci come il Fondo globale per l’Aids, la tubercolosi e della ong Medici senza frontiere. Ma oltre all’attacco politico dell’Ue, nei confronti dell’India, abbiamo l’attacco legale della multinazionale Novartis. Il 6 settembre Novartis ha presentato alla Corte suprema indiana un’azione contro l’articolo 3d della legge indiana. Si tratta della norma che, stabilendo criteri elevati e rigorosi sulla brevettabilità, impedisce pratiche spesso utilizzate dalle multinazionali farmaceutiche, come il ‘rinverdimento’ (evergreening) dei brevetti in scadenza. Un articolo che ha impedito alla multinazionale svizzera di brevettare in India una nuova versione del farmaco anti-cancerogeno Gleevec. Nel caso in cui la Novartis vincesse la sua causa, l’India dovrebbe modificare la sua legge in modo da rendere brevettabile qualunque cosa presentata dalle multinazionali. La situazione è rischiosa perché -secondo i network di organizzazioni che lavorano sul tema- dopo aver perso un’analoga causa contro la legge indiana nel 2007, negli ultimi anni la Novartis ha portato avanti un’azione di vera e propria pressione nei confronti dei giudici della Corte suprema indiana.
Sia che l’Ue introduca le norme restrittive sulla protezione della proprietà intellettuale, sia che la Novartis vinca la sua azione contro l’articolo 3d della legge, l’industria generica Indiana, se non scomparirà, ridurrà quella presenza sul mercato che oggi viene considerata così pericolosa dall’Occidente. In questa situazione, la cosa strana è che il direttore di ricerca e sviluppo della Novartis, Paul Hearling, è oggi a capo del Consultative Expert Working Group dell’Organizzazione mondiale della sanità per gli incentivi alla ricerca farmaceutica per le malattie dei Paesi poveri”.

Quali conseguenze potrà avere sui negoziati la recente azione della Novartis?
“Si potrebbe avere un duplice impatto sul negoziato Ue-India: da una parte mettendo un’ulteriore pressione all’India perché accetti il rafforzamento delle norme sulla protezione dei brevetti, dall’altra scatenando un’azione della società civile sul fatto che l’India è oggetto di un attacco da parte del mondo ricco.
Alla conferenza Onu sull’Aids tenutasi in luglio a New York, la comunità internazionale si è impegnata a raggiungere i 15 milioni di sieropositivi curati (dei 33 milioni malati) entro il 2015. Anche la lotta all’Aids è in pericolo. Da una parte il rapporto congiunto che è stato messo a punto dall’Onu per la conferenza sull’Aids di luglio, dimostra come gli accordi bilaterali sul commercio -con le clausole più restrittive in campo di protezione brevettuale- possono rappresentare una seria minaccia per l’accesso ai farmaci soprattutto nei Paesi dove l’epidemia ancora divampa. Ma a mettere a rischio i programmi contro l’Aids c’è anche il fatto che i Paesi donatori stanno riducendo i loro contributi finanziari a causa della crisi economica. Se combiniamo l’azione politica degli accordi commerciali con quella di riduzione dei finanziamenti, c’è una realtà che non promette nulla di buono per le realizzazioni delle dichiarazioni delle grandi conferenze”.

Il ministro del Commercio indiano Anand Sharma ha dichiarato che l’India non accetterà la contestata clausola dell’esclusività dei dati. Le organizzazioni internazionali possono tirare un sospiro di sollievo?
“Finora è emersa l’intenzione dell’India di non sottostare alle clausole che la Commissione europea avrebbe imposto loro in materia di protezione della proprietà intellettuale. In particolare la clausola dell’esclusività dei dati (data exclusivity) che vieta per un certo numero di anni alle aziende indiane l’utilizzo dei dati clinici delle ricerche realizzate dalle case farmaceutiche: l’uso dei dati clinici è fondamentale per le aziende che vogliano realizzare farmaci equivalenti in tempi adeguati e metterli sul mercato immediatamente dopo la scadenza del brevetto. Credo che la reazione del ministro del Commercio sia in larghissima parte dovuta al fatto che su questo tema c’è stata una larghissima mobilitazione della società civile indiana e internazionale. Tuttavia, la complessità del negoziato bilaterale con l’India, che non riguarda solo i farmaci ma gli investimenti, l’esportazione di prodotti indiani come le automobili e l’accesso ai mercati, fa si che il ministro del Commercio indiano sia sottoposto a una serie di pressioni divergenti. A mio parere non è ancora detta l’ultima parola perché dentro la stessa compagine governativa indiana, c’è chi vuole difendere i diritti, ma anche chi invece ha un’interesse prevalente nei confronti delle dinamiche del mercato”.

In che modo le ong e le organizzazioni internazionali, hanno fatto sentire la propria voce nell’ambito dei negoziati?
“Le ong e le associazioni della società civile indiana si sono fatte sentire in tutti modi e sono state determinanti per ritardare questo negoziato e farlo venire alla luce. Questi accordi commerciali bilaterali sono infatti caratterizzati da un’assoluta mancanza di trasparenza. Per quanto riguarda l’Europa, organizzazioni come Medici senza frontiere hanno rincorso le clausole dell’accordo, smascherando la versione continuamente raccontata dal commissario al Commercio europeo Karel De Gucht, secondo cui le norme chieste dall’Ue non andranno minimamente a toccare la salute delle popolazioni dei Paesi poveri”.

L’utilizzo dei farmaci generici è un tema sempre più sentito anche in Italia -agli ultimi posti in Europa per il consumo di equivalenti- in quanto potrebbe costituire un notevole risparmio per la spesa pubblica. È una questione che sta diventando urgente anche da noi?
“In Italia e in Europa i farmaci generici ci sono. Il problema è che c’è una comunicazione talmente aggressiva da parte delle multinazionali farmaceutiche verso coloro che somministrano i medicinali, che oggi sono pochissimi i medici e i farmacisti che propongono l’equivalente generico. Inoltre il termine ‘generico’ non è rassicurante, dovremmo utilizzare ‘bio-equivalente’”.

Dal Sud al Nord del mondo: Sblocchiamoli! (dal 14 ottobre)
Mentre a livello internazionale si rafforzano gli accordi per la protezione dei diritti di proprietà intellettuale -come i brevetti sui farmaci e sui semi- i cittadini perdono, spesso a loro insaputa, parte dei loro diritti fondamentali, quali l’accesso alla salute e al cibo. Dalla brevettazione di farmaci essenziali e di semi e piante guadagnano le imprese multinazionali, ma la società civile perde sempre: con l’aumento dei prezzi dei farmaci o con il divieto di coltivare liberamente determinate specie vegetali. Ciò accade non solo al Sud ma anche al Nord del mondo. Eppure questi temi sono spesso ignorati dal mondo della politica e dei media. Per questo è nata la campagna internazionale “Sblocchiamoli - cibo salute e saperi senza brevetti”. Promossa da un gruppo di ong, associazioni e università, mira a sensibilizzare la società civile e gli enti locali, sugli effetti concreti degli accordi internazionali sui diritti di proprietà intellettuale. Il 14 ottobre a Roma partirà il ciclo di eventi che attraverserà 11 regioni italiane e 3 spagnole con seminari, concerti,
rassegne di teatro e documentari, proponendo a cittadini e rappresentanti
di enti locali azioni per riappropriarsi dei beni comuni.
Tra ottobre e novembre sono previsti eventi in Campania, Puglia, Marche, Calabria e Aragona (Spagna).
Il programma su: www.sblocchiamoli.org

Rifugiati, l'accoglienza è soltanto un affare

Le difficoltà economiche ostacolano l’accesso alle cure psicologiche. Si moltiplicano gli esempi di centri terapeutici con tariffe accessibili

di Ludovica Jona - 19 aprile 2011 
TRATTO DA AE 124


Gli occhi socchiusi per il sole che lo colpisce in pieno volto, tra le dita poche fotocopie volanti, Ahmed sta aspettando che inizi la lezione. È seduto per terra, la schiena appoggiata alla parete esterna del prefabbricato adibito a classe per l’insegnamento dell’italiano. Tutto attorno, il grigio è rotto solo dalle linee rette dei mastodontici blocchi di cemento della struttura dell’Inail di Castelnuovo di Porto in provincia di Roma, oggi parzialmente adibita a Cara, Centro di accoglienza per richiedenti asilo. Ovvero uno dei 12 centri governativi -dalla capienza complessiva di quasi 5mila posti - istituiti per ospitare coloro che hanno chiesto asilo politico all’Italia, nel periodo in cui le domande di protezione vengono esaminate.
Tutti i Cara sono situati in luoghi lontani da centri abitati e generalmente circondati da alte mura e filo spinato, nonostante i richiedenti asilo possano uscire e rientrare in orari stabiliti. Nella massiccia struttura concorsuale dell’Inail alle porte di Roma, come nella vecchia pista di atterraggio della Nato a Foggia e nell’ex base areounautica di Crotone, alloggiano per mesi uomini, donne e bambini in fuga da dittature o Paesi in guerra, e spesso vittime di torture. In luoghi come questi, il somalo Ahmed, l’eritrea Ababa con il suo bambino appena nato e l’ivoriano Patrice, mangiano, dormono e attendono. Un pasto, una visita medica, ma soprattutto  un permesso di soggiorno per “asilo politico” o “motivi umanitari”. Quando questo arriva però, termina anche l’obbligo per lo Stato italiano -sancito dalla Direttiva europea 2003/9/Ce- di ospitare queste persone, che verranno immediatamente dimesse. Da quel momento dovranno cavarsela da sole, in un Paese ancora completamente sconosciuto.
Con una capienza di 680 persone, il Cara di Castelnuovo di Porto è il secondo più grande d’Italia. Ma quella che viene chiamata “scuola” è una stanzetta che potrà ospitare al massimo 30 individui. Chiedo, alla ragazza che mi viene indicata come insegnante, come sia possibile che in uno spazio del genere si tengano lezioni per diverse centinaia di persone. Parla di vari turni. Il primo comincia alle 10 di mattina, ma quell’ora è stata ampiamente superata. Mi spiega che gli insegnanti fanno quello che possono, essendo tutti volontari. Il Capitano Massimo Ventimiglia, direttore del centro, attualmente gestito dalla Croce Rossa italiana, conferma che non ci sono insegnanti di italiano retribuiti nel Cara e di conseguenza molti ragazzi si recano a Roma per seguire corsi di lingua lì. Con il rischio di essere costretti a scendere per mancanza di biglietto dell’autobus. Infatti la legge vieti ai richiedenti asilo di lavorare, e quindi di avere un reddito proprio, ma la convenzione con la prefettura non prevede la distribuzione di titoli di viaggio agli ospiti.
Eppure i fondi per un’accoglienza dignitosa dei richiedententi asilo non mancano: sul sito della Prefettura di Roma si legge che il costo complessivo dell’appalto, per tre anni, è di 34.500.000 euro. Che fanno 11,5 milioni di euro in un anno. Poiché, attualmente, il centro ospita circa 350 persone, possiamo calcolare che l’accoglienza di ognuna di esse -vitto, alloggio e assistenza sanitaria- costa allo Stato oltre 90 euro al giorno: tutti destinati all’ente gestore. A questo importo vanno aggiunte le spese dell’immobile, per le utenze (le bollette) e per la manutenzione, che -si legge nel capitolato d’appalto valido per tutti i Centri di accoglienza- “restano a carico dell’amministrazione”.
Questo sistema di accoglienza è stato istituito nel 2008, anno dell’“emergenza sbarchi”, quando il record di 30.492 domande di asilo politico  ha giustificato l’apertura di decine di Cara improvvisati in varie parti della penisola. A due anni e mezzo di distanza, con le richieste asilo ridotte di un quarto dalla politica dei respingimenti in mare (si è passati da 16.800 nei primi sei mesi del 2008 a 4.035 nel primo semestre del 2010), i Cara ospitano un numero di persone molto inferiore alla loro capienza massima.
In alcuni casi il numero degli ospiti è addirittura inferiore a quello di coloro che ci lavorano: ad agosto nel Centro di accoglienza di Trapani, che ha una capienza di 260 posti, soggiornavano 23 persone, di cui 3 bambini piccoli, ma gli addetti alla gestione -dipendenti della Cooperativa Insieme, titolare di un’appalto da 2.186.666 di euro all’anno- restavano una settantina. Nel Cara di Crotone -che con una capienza di 1.458 posti, è il Centro d’accoglienza più grande d’Europa- vi sono al momento 876 ospiti, mentre vi lavorano circa 330 persone: 150 tra assistenti sociali, psicologi, educatori, mediatori culturali e esperti per la banca dati informatizzata, impiegati dall’ente gestore “Misericordie di Isola Capo Rizzuto” (appalto annuale: 10.865.465,67 euro), 70 dipendenti del Comune addetti a pulizia e manutenzione, un centinaio di militari e il personale di una Asl aperta 24 ore su 24.
Quando il numero degli ospiti presenti è inferiore al 10% della capienza complessiva, il prezzo pagato all’ente gestore viene parzialmente ridotto, ma resta comunque garantita la retribuzione per il personale necessario, calcolato a centro pieno. Un costo rappresentano anche i militari, messi a disposizione dal ministero della Difesa nell’ambito dell’operazione “Strade sicure”: oltre 7 milioni di euro annui -segnala la campagna Sbilanciamoci!- per i circa 500 soldati destinati al controllo della sicurezza nei soli Cara.
Vi sono poi spese che non vengono conteggiate nella gestione, ma che sono determinate dalla presenza di queste strutture: lo spostamento del comando di polizia locale vicino al Cara di Gradisca d’Isonzo -realizzato per rassicurare gli abitanti della cittadina friulana spaventati dalla massiccia presenza di stranieri- è costato alla Regione 50mila euro.
I container prefabbricati installati nella ex pista di atterraggio della Nato di Borgo Mezzanone, trasformata nel Cara di Foggia, sono stati realizzati grazie a un contributo del ministero dell’Interno di 3,5 milioni di euro. Un’accoglienza che nonostante gli alti costi, lascia i richiedenti asilo a se stessi. “In molti Cara, l’assistenza sanitaria, in particolare quella fornita a donne incinte e a neonati è assolutamente carente”, afferma Rolando Magnano della ong Medici Senza Frontiere, che ha curato il rapporto Al di là del muro. Viaggio nei centri per migranti in Italia (Franco Angeli, 2010). Magnano sottolinea come la carenza sia insita nel sistema Cara: “Gli unici controlli sulla gestione dei centri vengono realizzati da funzionari delle prefetture, che non hanno alcuna competenza medica per valutare le condizioni igieniche e sanitarie degli ambienti”. Una situazione che, sottolinea Magnano, rende difficile l’identificazione, la cura e la prevenzione della diffusione di diverse patologie.
Ma il dramma, per molti richiedenti asilo, soprattutto quelli in condizione più fragile, arriva proprio nel momento in cui ottengono il permesso di soggiorno: “Quello che mi fa arrabbiare -si sfoga Ali, un ex ospite del Centro di accoglienza romano di Castelnuovo di Porto che ha ottenuto l’asilo da circa un mese e ha difficoltà a trovare lavoro- è che sono stato otto mesi nel Cara, senza far niente. Ci lasciano vivere così, e poi appena hai il permesso soggiorno ti mandano via!”. La somma di vicende personali come quella di Ali ha contribuito al  proliferare, nella capitale come in altre città italiane, di assembramenti di persone cui è stato riconosciuta la protezione internazionale ma che vivono in condizioni di estremo degrado: dall’accampamento di profughi afgani alla stazione Ostiense, alle occupazioni di palazzi in zona Romanina da parte di rifugiati del Corno d’Africa, fino alla  concentrazione in condizioni disumane, di centinaia somali nell’ex ambasciata di Somalia, in via dei Villini a Roma.


L'integrazione senza fondi
Dopo l'asilo i migranti potrebbero fruire del programma "Sprar", coordinato dall'Anci, ma mancano le risorse

Si chiama Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) il programma governativo per l’accoglienza e l’accompagnamento all’integrazione di coloro cui è stata riconosciuta la protezione. Coordinato dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), attraverso la rete dei comuni e la collaborazione di associazioni radicate sul territorio, realizza progetti di accoglienza della durata di un anno, destinati a gruppi di 15-20 persone, tra richiedenti asilo e rifugiati. Tuttavia, i posti finanziati annualmente per questo sistema di accoglienza -con uno stanziamento di circa 30 milioni di euro- sono solo 3mila, e anche se si riescono ad accogliere circa 7mila persone (grazie al turn over) resta un numero evidentemente inadeguato alla domanda: oltre 30mila richiedenti asilo nel 2008 e quasi 20mila nel 2009.
Per questo, le liste d’attesa per accedere ai progetti Sprar sono lunghissime, e molti rifugiati riconosciuti si trovano a vivere in condizioni disumane come quella dell’ambasciata somala a Roma, di cui si sono occupati i quotidiani.  Eppure gli 11,5 milioni di euro spesi in un solo anno per un Centro di accoglienza come quello di Castelnuovo di Porto -che attualmente ospita 350 persone- si sarebbero potuti coprire quasi interamente le spese dei 1.500 posti presentati dagli enti locali del Sistema di protezione, ma rimasti senza finanziamento. La direttrice dello Sprar Daniela di Capua spiega infatti che i 123 enti locali partecipanti hanno presentato progetti per 4.500 posti, ma non è stato possibile avviarli tutti per mancanza di fondi da parte del ministero dell’Interno.
Il Viminale non si è però opposto al rinnovo, tra il 2009 e il 2010, delle convenzioni con gli enti gestori di tutti i principali Cara italiani, che oggi risultano semivuoti.  Pur garantendo un elevato standard di servizi alla persona -assistenza legale e sanitaria, mediazione linguistico-culturale, inserimento scolastico dei minori, orientamento per l’alloggio e per l’inserimento lavorativo- il sistema Sprar ha un costo molto inferiore a quello dei Cara: 28 euro al giorno per persona contro i 60-70 delle grandi strutture. Il risparmio è dovuto al fatto che i progetti realizzati dai Comuni possono usufruire dei servizi già messi a disposizione dalle amministrazioni locali per la collettività, come Asl o centri di orientamento al lavoro. Si eliminano, inoltre, gli enormi apparati di logistica e sicurezza, ospitando i richiedenti asilo e i rifugiati in piccoli appartamenti situati nei centri cittadini.
È alta anche la percentuale di rifugiati che si rendono autonomi dopo aver usufruito di uno di questi progetti: secondo l’ultimo rapporto Sprar, nel 2009 hanno trovato un lavoro e una sistemazione autonoma 1.216 beneficiari su 2.840, ovvero quasi la metà.
Andrebbe incentivato, come raccomandava già nel 2007 il rapporto De Mistura del Centro alti studi delle Nazioni Unite, che aveva realizzato una valutazione sul sistema di accoglienza italiano.


Box: Cooperative all'appalto
Se i richiedenti asilo non ricevono gran benefic
io dall’ingente investimento pubblico destinato alla loro accoglienza, questa rappresenta certamente un affare per gli enti gestori dei Centri di accoglienza, che se la contendono letteralmente. È il caso, ad esempio, del Cara di Foggia: la Croce rossa italiana ha fatto ricorso al Tar contro l’assegnazione al consorzio di cooperative “Connecting people”, ottenendo la modifica dell’esito della gara. L’ente rivale aveva indicato nell’offerta economica un numero di operatori diverso da quello inserito in quella tecnica, e inferiore a quello richiesto dal capitolato d’appalto. Presieduto dall’ex parlamentare della Margherita Giuseppe Scozzari, Connecting People è nato nel 2005 e raggruppa 69 cooperative in tutta Italia, gestendo 17 centri per migranti, tra cui quattro Cara (Gradisca d’Isonzo, Brindisi, Trapani e Foggia) e due Centri di identificazione ed espulsione. La sua adesione al consorzio cattolico Cgm, uno dei più vasti gruppi di cooperative in Italia, permette a Cp di accedere ai finanziamenti di Intesa Sanpaolo, essenziali per presentarsi a bandi che richiedono notevole capacità di anticipazione finanziaria. Appartenenti al mondo cattolico sono anche l’ente gestore del Cara di Crotone, membro della federazione “Misericordie d’Italia” che raggruppa oltre 700 confraternite, e la cooperativa Auxilium affidataria del Cara di Bari. Auxilium fa capo alla holding di cooperative “La Cascina”, legata a Comunione e Liberazione, che secondo un’inchiesta condotta dalla procura di Potenza nel 2008 sarebbe stata favorita dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta nell’ottenimento, senza gara d’appalto, della gestione del Cara di Policoro, in provincia di Matera.
Invece la cooperativa “Albatros 1973”, nel 2006 oggetto di inchieste per episodi di razzismo e maltrattamento di migranti, si è vista rinnovare nel 2009 la gestione del Cara di Caltanissetta: un centro per 456 persone -attualmente ne ospita circa trecento- per un’appalto triennale da oltre 18 milioni di euro. Ma la cooperativa non ha un sito web e nemmeno un numero sull’elenco telefonico per essere contattata.

mercoledì 15 settembre 2010

Quale rapporto tra aiuti e progressi contro la fame nel mondo?


Se molte Ong, in particolare Oxfam International, hanno sottolineato come la diminuzione del numero di persone che soffrono la fame nel mondo, non è stata determinata dalle donazioni dei paesi ricchi, ma da altri elementi (come due anni di buoni raccolti e la conseguente diminuzione del costo del cibo), la domanda, su qual'è il rapporto tra soldi donati e progressi nella lotta alla malnutrizione, sorge spontanea. Ha provato a rispondervi il giornalista del Guardian Jonathan Glennie , nella nuova sezione del sito del quotidiano britannico, dedicata allo sviluppo globale (www.guardian.co.uk/global-development).

Glennie divide i paesi in via di sviluppo in due gruppi principali, che rappreseno due tendenze contrastanti. Da un lato ci sono Cina, India, Brasile e gran parte dei paesi dell'America Latina, per i quali la diminuzione delle persone malnutrite è stata determinata dall'aumento generale della ricchezza e da alcune politiche statali, con poca incidenza degli aiuti allo sviluppo che rappresentano una percentuale minima del prodotto interno lordo. Dall'altro lato abbiamo un gruppo di paesi più poveri (concentrati prevalentemente in Africa, qualcuno in Asia e pochi in America Latina), dove invece l'aiuto allo sviluppo, che rappresenta una parte notevole del prodotto interno lordo (in Burundi la percentuale arriva al 50%), è necessariamente rilevante.

Ma in che modo l'aiuto incide? A questa domanda il giornalista ammette di non avere risposte certe: "Dovremmo conoscere gli aspetti specifici delle politiche del paese beneficiario e i particolari delle forme di aiuto". Spiega che in alcuni casi il denaro donato può aver minato gli equilibri economici e politici locali con effetti distruttivi, ma che quando è stato ben gestito ha portato buoni risultati e cambiamenti nella vita della gente, con piccoli effetti negativi. Tutto dipende dai singoli casi.
Il giornalista, infine, ammette che la divisione dei due gruppi è piuttosto arbitraria e che vi sono diversi paesi nel mezzo.

Noi possiamo notare che, i paesi dove tuttora vive la maggior parte delle persone che soffrono la fame e la povertà nel mondo, non si trovano nei paesi che seguendo gli stereotipi più comuni immagineremmo ma, in ordine: nei giganti economici India e Cina, in Nigeria (ricchissima di petrolio e secondo paese africano con il più alto pil del continente, dopo il Sudafrica), in Bangladesh e in indonesia. Seguono, a pari merito, Tanzania e Etiopia.

Per vedere la rappresentazione grafica: http://www.guardian.co.uk/global-development/datablog/2010/sep/14/bottom-billion-poverty

Foto: una venditrice di riso al mercato in Ghana - di L. Jona

martedì 14 settembre 2010

Pescatori di uomini: i pericolosi salvataggi di migranti raccontati dai loro protagonisti

Salgono all'onore delle cronache soprattutto quando vi sono scontri, con le motovedette libiche per i controllo dei confini marittimi. Ma molti tra i pescatori siciliani di Mazara del Vallo - tra cui l'equipaggio del peschereccio Ariete guidato da Gaspare Marrone, su cui ieri si sono abbattuti i colpi di una motovedetta libica - hanno ricevuto il premio "Per Mare" dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), per aver salvato centinaia di migranti in pericolo, nella traversata del Mediterraneo. Nelle pericolose operazioni di recupero dei naufraghi, questi pescatori hanno spesso sostituiscono la guardia costiera italiana. Senza alcun rimborso pubblico, ma solo per rispettare la legge del mare, che impone l'aiuto a chi è in difficoltà. Ecco i loro racconti in prima persona, che ho raccolto per la rivista Carta.



I PESCATORI- EROI DI MAZARA DEL VALLO
“Dopo averli presi a bordo tutti, ho prestato il cellulare ad alcune ragazze perché avvertissero le famiglie che stavano bene. Erano persone educate, istruite, si vedeva che non fuggivano per fame, ma per cercare la libertà. Solo un po' di libertà!” A parlare è Salvatore Cancemi, capitano del motopeschereccio Twenty Two della flotta di Mazara del Vallo, premiato dall'Alto commissariato Onu per i Rifugiati (Unchr) per aver compiuto la più eroica operazione di salvataggio di migranti nel canale di Sicilia nel 2008. Il premio “per mare” dell’agenzia dell’Onu, prevede una somma in denaro (10.000 euro per l’intero equipaggio) per ripagare l’impegno umano, ma anche economico, che offrono i pescatori che si prestano ai salvataggi. Oltre ai pescherecci che incontrano carrette in mare, numerosissimi sono infatti i casi in cui le motovedette della guardia costiera chiedono ai pescherecci di intervenire nei salvataggi di migranti, date le loro imbarcazioni più spaziose e adatte ai trasbordi. Senza rimborsarli dei rischi corsi, ne delle perdite economiche. “Interveniamo nei salvataggi semplicemente perché questa è la legge del mare”, dicono tutti gli intervistati. Ma il rischio di perdere entrate vitali, in un periodo di forte crisi della pesca, può spingere altri a guardare dall’altra parte. Soprattutto nell’era dei respingimenti forzati.



Salvarne 300 in una notte buia e tempestosa
Cancemi e il suo equipaggio hanno cambiato il destino di 299 persone il 27 novembre scorso, quando in piena notte sono stati chiamati dalla capitaneria di porto di Lampedusa: un barcone con centinaia di migranti era in difficoltà. Con il buio, il mare forza 8 e gli scafisti che, temendo di essere arrestati, imponevano le luci spente, c’erano tutte le caratteristiche di un'enorme tragedia in mare. C'è voluta qualche ora e l'esperienza del capitano Cancemi, per individuare nel mare in tempesta l'imbarcazione, raggiungerla e avvicinarla alla costa. “Quando le onde portavano la nostra barca giù e la loro su, saltavano a 20-30 insieme, come pirati! E i nostri ad acchiapparli come tonni. Sempre pescatori siamo..”, racconta Cancemi animandosi al ricordo e mimando le azioni. “Alla fine, quando ho visto che nessuno si era perduto o fatto male, l'emozione è stata enorme e la tensione è scoppiata in un grande pianto liberatorio”. Nell'equipaggio si scherzava anche, per tenere alto il morale, come racconta Francesco Cancemi, il capo macchine del peschereccio: “Cercavo di distrarli, soprattutto le ragazze, che erano ancora spaventatissime! Gli abbiamo dato da bere, da mangiare, vestiti e biancheria arrivati al porto di Lampedusa, c'era una folla ad aspettarci: ci hanno accolto con un lunghissimo applauso”.



L’obbligo di rimandarli indietro
Non sempre i salvataggi in mare si concludono con gioia: “Una storia che non abbiamo mai raccontato – dice Cancemi – è quella di un'imbarcazione di tunisini, incontrata al confine tra le acque territoriali della Libia e quelle della Tunisia. Erano una ventina e imbarcavano acqua. Prima di soccorrerli – ricorda il capitano - abbiamo avvertito le autorità marittime”. L’autorizzazione è infatti essenziale per effettuare un salvataggio il mare, altrimenti i pescatori possono essere accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, rischiando fino a 24 anni di carcere, oltre alla perdita di un'attività economica vitale per l’intero equipaggio. “Ci è stato detto di prenderli a bordo ma di riconsegnarli ad una motovedetta tunisina che sarebbe venuta a prenderli: quando hanno saputo di dover tornare in Tunisia, quei ragazzi si sono rattristati molto. E anche noi – spiega Cancemi - perché sapevamo che li avrebbero picchiati e messi in carcere per mesi. Ma al momento di salutarci ci hanno ringraziato molto: per avergli salvato la vita”.

Un fagottino dal mare in tempesta
Ci sono due immagini che resteranno sempre impresse nella mente di Pietro Russo, capitano del motopesca “Ghibli”. La prima è quella di un fagottino che gli venne dato mentre fuori dalla barca infuriava una tempesta: “L'ho aperto e mi sono trovato di fronte bambino, piccolissimo – racconta, mentre il viso gli si illumina – mi ha sorriso e ho dimenticato tutto il resto. Aveva tanta voglia di giocare, dopo tutto quel buio e quello stare fermo, in quella barchetta tutti ammassati”. Quella sera, il Ghibli con i pescherecci Monastir e Ariete erano stati chiamati dalla capitaneria di porto di Lampedusa per soccorrere un barcone in balia delle acque agitate al largo dell’isola. “Ci siamo trovati davanti ad una scena agghiacciante: ragazzi di 15 - 16 anni erano in una barchetta piena in modo incredibile di persone, ad occhio 300-350, che piangevano e urlavano – racconta Russo - bisognava agire in fretta perché imbarcavano acqua. Con l'aiuto del Monastir e dell’Ariete, li abbiamo protetti dal vento per caricarli. Un'operazione rischiosissima. E' in tutta quella confusione, il primo ad arrivare a bordo, è stato quel fagotto”.

Vedere la morte tra le onde
L'altra immagine che Russo non scorderà mai risale al 2006. Tornando da una battuta di pesca aveva incontrato un'imbarcazione di migranti che chiedeva aiuto. La barca di Russo si era avvicinata, ma nella foga di salire a bordo, o forse spaventati da alcuni delfini che saltellavano dietro al peschereccio, i naufraghi si erano spostati tutti su un lato e la barchetta si era capovolta. “Ci siamo trovati a dover salvare una ventina di persone che non sapevano nuotare: era questione di attimi. I primi ad avvicinarsi sono stati una coppia: abbiamo acchiappato il marito ma lei non ce l'abbiamo fatta e si è abbandonata. Poi, abbiamo saputo che aveva con sé un bambino di pochi mesi che le era sfuggito nel rovesciarsi della nave. L'ho vista affondare con i lunghi capelli neri che si allargavano nell'acqua. Non abbiamo potuto buttarci per salvarla perché c'erano altre 20 persone in mare. Alla fine ne abbiamo portati a riva 21, su 23 – dice il capitano, ancora addolorato – ma per lei e il bambino non c'è stato niente da fare”.


Un uomo solo su un pezzo di legno
Vito Cittadino, capitano dell'Ofelia I, stava sul ponte del suo peschereccio all'alba di un giorno d'inverno del 2007, quando vide all'orizzonte qualcosa che, all'inizio, gli parve una boa: “Ho preso il binocolo e ho visto un braccio che si alzava – dice Cittadino mimando la sorpresa del momento - sono avanzato quei 400 metri cercando di non perderlo di vista. Era un uomo solo su un pezzo di legno, il pavimento di un gommone. Gli ho lanciato un salvagente e poi mi sono proteso per afferrarlo. Cittadino ricorda la paura che gli morisse tra le braccia: “L'ho portato a bordo e gli ho fatto una doccia calda poiché tremava. Dopo 18 ore in mare, aggrappato al pavimento di un gommone, la sua pelle nera era diventata bianca. Aveva perso i sensi, non mangiava, non beveva quasi. Si è ripreso dopo aver dormito 24 ore. Ci ha raccontato che erano partiti da Tripoli in 47: mauritani e molti iracheni, tutti giovanissimi, più lui che già aveva solo 24 anni. Erano morti tutti”.

Foto: L. J.

Motovedette donate dall'italia alla Libia. Oggi sparano sui pescatori siciliani e l'anno scorso li sequestravano. Reportage da Mazara del Vallo

Sta facendo scalpore la notizia di una motovedetta libica con a bordo esponenti della guardia di finanza italiana che ieri ha sparato su un peschereccio di Mazara del Vallo colpevole di non essersi fermato immediatamente all'alt intimatogli dall'imbarcazione militare. Ma l'atteggiamento aggressivo delle forze dell'ordine libiche nei confronti dei pescatori italiani, indirettamente sostenuto dai rapporti sempre più stretti tra i due paesi, non è affatto cosa nuova. Di seguito un mio articolo pubblicato sul settimanale Carta esattamente un anno fa. Che ci indica anche, come il motivo del contendere sia una differente interpretazione del diritto del mare.



SEQUESTRATI DAI LIBICI CON LE MOTOVEDETTE DONATE DALL'ITALIA

Se non è stata una provocazione del presidente della Libia, Muhammar Gheddafi, certo un curioso scherzo del destino. Proprio le motovedette recentemente donate dall'Italia alla marina libica per pattugliare le sue coste ai fini di contrastare l'immigrazione irregolare nel nostro paese, sono state usate per sequestrare, dal 22 luglio al 4 agosto 2009, il motopeschereccio Monastir della flotta di Mazara del Vallo guidato da Nicola Asaro, già premiato dall'Alto commissariato Onu per i Rifugiati per aver salvato più volte barche di migranti in pericolo nello stretto di Sicilia. Un'operazione, conclusa con la minaccia della confisca dei pescherecci che in futuro si avventurassero nella striscia di mare di 74 miglia che circonda la Libia e giunta proprio alla vigilia del 30 agosto, giornata dell'”amicizia Italia-Libia”.

“Quel confine va contro la normativa internazionale che stabilisce a 12 miglia il limite delle acque territoriali di ogni paese – dicono i pescatori mazaresi - Gheddafi, con un decreto del 2005 si è arrogato il diritto di definire libiche altre 60 miglia di acque internazionali ricchissime di pescato. Ma il peggio è che il governo italiano e la nostra guardia costiera si adoperano per fare rispettare le regole fissate dal dittatore libico, unilateralmente”. Effettivamente, sul sito della marina militare italiana si legge: Con decreto 37/2005 del 24 febbraio 2005 la Libia ha proclamato una zona di protezione dalla pesca che si estende per 62 miglia a partire dal limite esterno delle acque territoriali (12 miglia dalla costa) e in cui viene esercitata giurisdizione volta a vietare, a meno di autorizzazione delle competenti autorità, qualsiasi attività di pesca. Annessa al decreto è la «Declaration of a Libyan Fisheries Protection Zone in the Mediterranean» con cui si indicano, come base legale dell’iniziativa, il Protocollo di Barcellona del 1995 concernente le aree del Mediterraneo specialmente protette, oltre a diversi accordi della Fao a protezione dell’ambiente marino.



Ma le aggressioni e i sequestri a danno dei pescherecci italiani risalgono a molto prima del 2005. Vincenzo Pellegrino, capitano del motopeschereccio “Regina”, (premiato dall’Unhcr per un salvataggio nel 2008), ricorda con orrore i tre mesi di detenzione in un carcere di Tripoli, nel 1979: “Ero in una stanza di 5mq con 22 persone e con un pasto scarso al giorno”. Successivamente ci sono stati casi in cui i pescherecci stessi non sono mai stati riconsegnati, provocando una perdita enorme per gli armatori. Nel 2000 i militari libici hanno addirittura provocato la morte un marinaio del motopesca Orchidea, entrando e provocando un incendio nella barca che pescava a 30 miglia dalla costa nordafricana. Nel recente caso del sequestro di cui sono stati vittima i motopesca Monastir e Tulipano, gli equipaggi sono rimasti 18 giorni in porto, evitando il carcere, ma Asaro - capitano del Monastir - ricorda con dolore, l'aria di beffa del militare libico che un mese fa è salito sulla sua barca ricordando l'episodio del 2000. Inoltre, il sequestro di un mese di pescato e delle reti è un danno imponente per i pescherecci: sommando i 30.000 euro di gasolio speso, i 60-70.000 euro del valore della pesca e i 20.000 delle 4 reti, si superano abbondantemente i 100.000 euro. Ma i pescatori mazaresi non intendono mollare: “Pescare in quel mare ci è necessario – dice il capitano Pietro Russo - una flotta di circa 200 pescherecci come la quella di Ma zara del Vallo non può fermarsi nelle acque poco a sud di Lampedusa. 74 miglia di acque territoriali, invece delle 12 di tutti gli altri paesi sono troppe”. Monsignor Domenico Mogavero, Vescovo di Mazara del Vallo si è pronunciato sulla vicenda auspicando un interesse europeo ma considerando necessario almeno quello del governo italiano, affinché sul tratto di mare conteso, si possano stabilire regole precise.

venerdì 10 settembre 2010

Reportage dal funerale di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica



Quando il funerale di Angelo Vassallo inizia, dal cielo già cupo cominciano a cadere grosse goccie di pioggia sulle centinaia di persone in attesa. Il piccolo porto di Acciaroli è incastonato tra il borgo di pietra chiara e il bel mare, oggi scuro e increspato. Le parole del Vescovo sembrano voler dare sollievo ad un'atmosfera cupa e gelida, nonostante le 11 di mattina. Indica nel materialismo "la causa di quell'arroganza e infelicità che si trasformano in violenza di alcuni poveri uomini". Riceve applausi quando dice "la violenza rende impossibile la nostra convivenza, la rende invivibile e infelice". Ma il clamore dei battiti di mani esplode, incontrollabile, quando esclama, riferendosi agli assassini di Vassallo: "Mi auguro solo che queste bestie non stiano fra a noi. O sul divano a guardarci alla televisione!" Poi riafferma la fiducia "nella popolazione di queste terre e nel loro impegno per il territorio". E' in quel momento che ascolto un gruppo di donne, il vento gli scompiglia i capelli e l'amaro commento: "Parole, parole, parole. Per venti anni, solo parole!". Indossano, come molti ragazzi e bambini qui, una maglietta bianca con scritto in azzurro "Sarai sempre il nostro Angelo".



Una giovane maestra di San Giovanni a Piro, un paese vicino Pollica, si illumina un momento, raccontando che nella sua scuola oggi si lavora molto sull'educazione ambientale e alla legalità. Insegnamenti per cui si era battuto per 15 anni il sindaco ucciso. Quando le chiedo se ha timore oggi, per il futuro di queste idee, mi guarda con le lacrime agli occhi: "Ora si, a questo punto ho paura".



Uomini in divisa a reggere gli stendardi dei comuni di Caserta e Subiaco, ma anche di Gubbio e di Greve in Chianti, sono ordinatamente schierati attorno al palco da cui si celebra la messa. Guardano al mare cupo, minaccioso anche dentro il porto. Più in là, accanto al profilo della cattedrale si staglia una gigantografia di Angelo Vassallo: si trova probabimente proprio in questo porto in una luminosa giornata di sole che rende il mare di un azzurro brillante. Celebrava le acque cristalline di Acciaroli, che oggi fremono e mugghiano. Mentre la cerimonia va avanti la pioggia si intensifica, si aprono centinaia di ombrelli e parla il vicesindaco: la voce sempre più rotta, man mano che ricorda l'ucciso, nella concretezza di episodi quotidiani. Dice: "Tutti quelli che sono qui devono sapere che oggi hanno fatto una cosa che non potranno mai più dimenticare. Oggi hanno promesso a Angelo di impegnarsi. Oggi voi avete promesso al Sindaco di tutti di non dimenticare. Io a tutti quelli che sono qui chiedo un impegno: affinché quello che Angelo ha fatto per il nostro comune voi lo facciate per tutti».



Tutti i balconi che danno sulla piazza sono affollati. Così come ogni spazio coperto sul porto. Alcune eleganti signore di Pollica, sono strette a proteggersi sotto la tenda di uno dei bar. "C'è tanta gente che viene da fuori – dicono – i cittadini come noi, siamo tutta gente che ha voluto esserci. Quelli delle istituzioni no, quelli sono qui per l'immagine". Chiedo loro che succederà adesso: "Ora non lo sappiamo. Lui aveva uno staff straordinario, ma senza una figura carismatica come la sua, chissà. Ci vorrebbe qualcuno come lui, capace di mettere insieme e coalizzare le energie".



Attaccato su un albero, accanto a una fontanella pubblica la cui manovella si apre e si chiude come appartenesse a una casa privata, c'è un cartello: "Bevi l'acqua del rubinetto: buona, sicura, economica – Comune di Pollica". Poco più in là un'enorme cassa di bottigliette di plastica con acqua minerale. Portate dalla protezione civile per la sua cerimonia.

Foto: L. J.