giovedì 2 gennaio 2014

L'auto-aiuto è welfare per la salute mentale

L'inclusione come antidoto alla malattia: l'esperienza degli utenti-operatori della “Rete toscana utenti di salute mentale” e della cooperativa Pegaso Blue, che tra Massa-Carrara e Pisa gestisce 4 gruppi d'appartamento e ospitalità in alcune case private.

di Ludovica Jona - 1 ottobre 2013
TRATTO DA AE 153
 
Fiducia, speranza, protagonismo e realizzazione personale sono parole chiave nel descrivere l'azione della “Rete toscana utenti di salute mentale”, che promuove la partecipazione dei pazienti alle attività e alle decisioni che li riguardano.
"Ne fanno parte esclusivamente pazienti, ovvero persone che come me sono sotto trattamento farmacologico e controlli con psichiatri”, afferma la presidente Maria Grazia Bertelloni.
Nata nel 2006 dall'esperienza del gruppo di Auto Mutuo Aiuto di pazienti psichiatrici di Massa-Carrara, la Rete comprende diverse realtà associative sul territorio regionale. Tra queste c’è la cooperativa Pegaso Blue, che gestisce l'assistenza domiciliare in quattro gruppi-appartamento e in diverse case private, ma offre servizi anche ad associazioni che trattano altre disabilità.

Gli utenti che svolgono l'assistenza domiciliare vengono definiti “utenti operatori”, e hanno ottenuto una qualifica attraverso i corsi per “facilitatore sociale” e “operatore per le marginalità sociali” organizzati dalla Asl locale. Così accade che Roberta, che fa parte del gruppo dell'Auto Mutuo Aiuto di Massa, segue come operatrice, per alcune ore alla settimana, i cinque utenti di un gruppo-appartamento alla periferia della cittadina toscana. Tra loro c'è Mauro, che in passato è stato ricoverato per sei anni in un Opg (Ospedale Psichiatrico Giudiziario) -struttura penitenziaria per persone con malattia mentale- ma che oggi è impiegato in un progetto per l'accompagno dei ragazzi autistici nell'ambito di una convenzione stipulata dalla Pegaso Blue con l'Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva o relazionale). Maria Grazia, Roberta e Mauro fanno parte di una catena della solidarietà che risulta il mezzo più efficace per la cura della malattia mentale, perché affronta il suo tratto più atroce: il senso di vuoto e inutilità, lo stigma e la solitudine.

Guardando dalla finestra del piccolo ufficio del gruppo di Auto Mutuo Aiuto nel centro di Massa, accanto agli studi di avvocati e altri professionisti, Maria Grazia mi parla del medico che ha reso possibile questa rivoluzionaria esperienza, l'ex primario della Asl locale, Remigio Raimondi: “Ha fermamente creduto in noi, considerando lo stigma e il disagio sociale come i principali scogli da superare. Ha sostenuto i gruppi appartamento e altre attività per l’inclusione e non ha esitato a mettersi contro i tanti che si opponevano al suo approccio”.
Raimondi è morto per infarto un anno fa, all’età di 60 anni: “Si può dire che per noi ha dato la vita”, dice Maria Grazia. Ora, lei e gli altri membri del gruppo devono andare avanti senza il loro padre ispiratore. Solo tre giorni prima della morte del primario -come in un passaggio di consegne- è nato il Coordinamento nazionale utenti salute mentale cui hanno aderito rappresentanti di 11 regioni italiane. L'obiettivo è promuovere quanto affermato dall'Ufficio per l'Europa dell'Organizzazione mondiale della salute (Oms) nel 2010: “Le persone dovrebbero essere spinte a promuovere la loro stessa salute, interagire effettivamente con i servizi per la salute mentale ed essere parte attiva nel controllo della malattia”.
 

Maria Grazia Bertelloni nell'Ufficio del Gruppo di Auto Mutuo Aiuto a Massa.

L’appartamento romano

L’appartamento romano Dal 2003 un gruppo di utenti del Dipartimento di salute mentale dell’Asl Roma A vive in cohousing: successo d’integrazione, risparmio per il ministero ---

di Ludovica Jona - 30 settembre 2013
TRATTO DA AE 153

“Mi sembra un sogno questa vita che faccio oggi con Luigi”, dice Andrea, 40 anni e una diagnosi di schizofrenia.
Occhi chiari, pacati, racconta il suo passato fatto di viaggi in treno, fughe dalla casa dei genitori, notti di paura nelle stazioni di città sconosciute per sfuggire a voci che gli rimbombano nella mente da quando aveva vent’anni.
E cartoni di vino bevuti in solitudine, fermi della polizia per schiamazzi, ricoveri in reparti psichiatrici che assomigliano a gironi infernali. Oggi fa corsi di cucina e piccoli lavoretti da giardiniere, si prende cura della casa e spesso, nei fine settimana, va in montagna. Luigi, il suo coinquilino, ha una collezione di oltre mille cd e ha cominciato a leggere libri per superare la timidezza. Nell’appartamento che condividono da quattro anni hanno raggiunto un loro equilibrio. Come Luisa e Fabio, che sono diventati una coppia e -dopo oltre sette anni di convivenza- dimostrano di resistere a ogni crisi, a dispetto delle loro patologie psichiche. In tutto sono 27 gli utenti del Dipartimento di salute mentale (Dsm) della Asl Roma A che dal 2003 a oggi, terminato il percorso in comunità terapeutica, hanno cominciato un progetto abitativo autonomo in appartamenti regolarmente presi in affitto, con il supporto dell’associazione Solaris (www.lechiavidicasa.it, fondata da parenti di pazienti), il sostegno economico della Asl per vitto e alloggio e quello del Secondo Municipio per garantire la presenza di assistenti domiciliari alcune ore alla settimana.
“Le chiavi di casa” è il nome del progetto che ha rotto il ciclo vizioso di ricoveri coatti in ospedale, permanenze in comunità psichiatriche, cliniche, case famiglia e temporanei ritorni dai genitori, che per Andrea, Luigi, Luisa e Fabio era diventato routine. Una condizione esistenziale di instabilità abitativa che -a 35 anni dalla legge 180 che ha sancito la chiusura dei manicomi- condanna ancora chi soffre di disturbo mentale in Italia, nel limbo della malattia e della segregazione.


“Abbiamo voluto forzare un po’ i vincoli del nostro ruolo, anche prendendoci dei rischi e chiedendo ai pazienti di investire risorse proprie, ma i risultati sono stati sorprendenti” esclama Antonio Maone, psichiatra responsabile della Comunità terapeutica “Sabrata” di Roma, da cui provengono quasi tutti i pazienti inseriti nel progetto. Soltanto uno di loro ha avuto un ricovero ospedaliero in Spdc (Servizio psichiatrico di diagnosi e cura) dopo l’inizio del progetto e ha dovuto abbandonare il percorso di autonomia. “Misurando il miglioramento in termini di stabilità residenziale, possiamo dire che il successo è stato del 98% -afferma Maone-: il fatto di poter contare su una propria abitazione ha avuto anche un ruolo terapeutico”.
“Entrare e uscire dagli Spdc è un incubo. Chi non c’è stato non può capire -racconta, animandosi, Gabriella, una vita normale da impiegata fino a 40 anni, tenendosi dentro le voci e le visioni che aveva, poi esplosa in patologia schizofrenica, vita in strada, solitudine-. Sono anni che non ci metto più piede, per fortuna”. Vive con Donata in un appartamento vicino a quello degli altri ragazzi del gruppo che si è formato in comunità: “Abbiamo la nostra intimità, ma quando ci sentiamo soli ci facciamo visita”.
 Il sistema del “gruppo appartamento” o cohousing risulta non solo clinicamente appropriato ma anche economicamente efficiente. Se applicato a livello nazionale potrebbe contribuire a curare anche le sofferenti casse dello Stato: “Il risparmio è enorme quando si separano i bisogni abitativi dalle necessità assistenziali”, spiega Maone che ha realizzato una stima mettendo a confronto il costo di un distretto sanitario che ha realizzato progetti di cohousing per i propri pazienti, e quelle di un distretto che non lo ha fatto. “La spesa pubblica media di un paziente psichiatrico in regime di cohousing risulta di circa 350 euro al mese, mentre quella necessaria per un paziente ospite di strutture residenziali psichiatriche si aggira intorno ai 3mila euro (da 1.500 a 6mila a seconda dei casi)” afferma Maone.
Innanzitutto il paziente psichiatrico che ha risorse economiche proprie contribuisce al costo dell’abitazione, senza ricadere, per la residenza, a carico del Servizio sanitario nazionale. Ma anche per coloro che per pagare affitto e vitto devono essere sostenuti dalla Asl, la soluzione del “gruppo appartamento” permette di abolire le spese dell’assistenza 24 ore su 24 da parte di operatori socio-sanitari (che è obbligatoria nelle altre forme di residenzialità) a favore di un’assistenza più leggera. Si abbattono i costi fissi di lavanderia e del personale per la cucina e le pulizie e i pazienti hanno maggiori possibilità di venire integrati in attività lavorative nel proprio territorio.



A Ciampino, due gruppi-appartamento sono stati avviati il 1 maggio scorso, per ovviare all’insostenibilità finanziaria della casa famiglia locale. Su sollecitazione del direttore dell’Unità operativa di Salute mentale, Marco D’Alema, il Comune ha sostituito la casa famiglia con un progetto di gruppi-appartamento: “Il costo annuale della residenzialità è passato da 130mila a 50mila euro e, in più, abbiamo aumentato il numero degli utenti, da 4 a 6”, spiega il funzionario Raimondo Lucarelli. Anche in questo caso l’avvio del cohousing è stato possibile grazie all’incontro tra un medico determinato a creare un progetto ad hoc per il benessere dei pazienti e un’associazione di familiari (“La Rosa Bianca”) che si rende disponibile a fare da garanzia per l’affitto e ad occuparsi del pagamento delle bollette. Daniele, Luca e Paolo, inquilini di uno degli appartamenti aperti a maggio mi attendono per il caffè con una tavola ordinatamente apparecchiata, tazzine colorate e qualche dolce. L’appartamento è luminoso e pulito, e sulla porta è attaccato un foglio con la tabella dei turni per i lavori di casa.

“In casa famiglia avevo il barbone lungo, non mi lavavo quasi e mi svegliavo ogni giorno alle 12. Ero sempre davanti alla Tv -racconta Danilo-. Oggi non posso più perché c’è l’organizzazione della casa cui badare e con la borsa lavoro da giardiniere della Comunità di Capodarco pago parte dell’affitto -spiega-. Quando non è necessaria, l’assistenza 24 ore su 24 può essere un danno, oltre che uno spreco di risorse, perché disabitua il paziente a pensare che può risolvere un problema con capacità proprie”, afferma il dottor D’Alema, che è presidente dell’Airsam (Associazione italiana residenze per la salute mentale). Eppure a livello nazionale sono le strutture residenziali 24 ora su 24 ad assorbire la maggior parte delle risorse: quasi 56mila posti letto in strutture residenziali socio-assistenziali e socio-sanitarie sono occupati da adulti con disabilità e patologie psichiatriche scrive l’Istat nel  rapporto 2010. Si tratta di strutture prevalentemente private (il 70%). Mentre per quanto riguarda i ricoveri ospedalieri in Spdc (costo che va dai 200 ai 600 euro al giorno per ricoveri che durano in media 2 settimane) i dati Istat indicano che le dimissioni di pazienti affetti da disturbi psichici sono state 290.964 nel 2008.
“Così restano pochi soldi per le attività sul territorio, come i gruppi-appartamento, che dovrebbero essere alla base della psichiatria italiana di comunità, figlia della legge 180” afferma Renzo De Stefani, primario del Servizio di salute mentale di Trento. Il 70% del budget per la salute mentale va invece a strutture residenziali in cui i pazienti assumono farmaci senza controllo, tendono ad ingrassare e a passare la giornata distesi a letto”, incalza Peppe Dell’Acqua, già direttore del Dsm di Trieste, secondo cui l’alternativa è un “budget di salute”, modello già utilizzato in Friuli-Venezia Giulia: con questo modello, i 3-5mila euro mensili a persona, generalmente usati per le rette della clinica o comunità, “vengono spesi in attività per il reinserimento sociale e per l’alloggio in appartamenti di massimo 6 persone”.




A Roma però la situazione è diversa: “Il possibile futuro taglio dei sussidi della Asl può significare la fine del progetto per Andrea e Luigi -spiega con preoccupazione Lotario Turini, presidente dell’associazione Solaris-: il rischio è che per mancanza di 200 euro al mese, i pazienti di via Sabrata che non hanno soldi propri per l’affitto vengano rispediti nel circuito di Spdc, clinica-comunità-casa famiglia, che costa sui 5mila euro al mese, oltre ad annullare il lavoro di anni”.
Un paradosso per una Regione come il Lazio, commissariata da anni e con un debito sanitario molto elevato (636,3 milioni nel 2012): “Circa l’80% delle persone che hanno fatto un percorso in comunità psichiatrica arrivano a una condizione in cui non hanno più bisogno di soluzioni istituzionali come le strutture residenziali e l’assistenza 24 ore su 24, eppure generalmente continuano a vivere con questo livello di assistenza per il fatto che non esistono concrete alternative”, afferma Maone. Il problema risulta in parte organizzativo -per un ricovero basta la ricetta del medico, per un cohousing bisogna chiedere permessi e attivare un progetto- e in parte economico. I gruppi-appartamento nel Lazio vengono finanziati grazie ai “sussidi terapeutici per disagiati psichici” previsti dalla legge regionale 49/83 istitutiva dei Centri di salute mentale (Csm), con cui però devono essere finanziate anche tutte le altre attività di supporto all’autonomia delle persone con malattia mentale, mentre le cliniche e le comunità psichiatriche godono di risorse certe, grazie a convenzioni con la Regione.
La disparità nello stanziamento delle risorse è enorme: per i sussidi terapeutici per disagiati psichici -con cui vengono finanziati anche borse lavoro, attività di socializzazione, vacanze- la Regione ha versato nel 2012 alle 12 Asl del Lazio circa 6 milioni di euro. Lo stesso anno ha destinato alle strutture residenziali del territorio regionale oltre 83 milioni di euro: si tratta di 1.350 posti letto, di cui 800 in case di cura e 550 in comunità.
 
“La sfida della tutela della salute mentale passa per i meccanismi di finanziamento, che dovrebbero evolvere attorno a percorsi integrati socio-sanitari su cui misurare i risultati sociali, sanitari ed economici -afferma Antonio Lapenta, consulente di economia e management in sanità-. Si tratta di promuovere sperimentazioni all’interno del Servizio sanitario nazionale e del complesso dei meccanismi di protezione sociale, misurarne e confrontarne i risultati a livello nazionale e stabilire criteri d’incentivazione”. In questo modo “facendo evolvere la figura del degente istituzionalizzato a quella di paziente curato fino a quella di cittadino tutelato”. In gioco c’è il compimento del diritto costituzionale alla salute: “La libertà è terapeutica" diceva Franco Basaglia, anche quella di sperimentare forme nuove per garantire l’esercizio dei diritti “Le parole ritrovate” di Trento (www.leparoleritrovate.com), attualmente alla fase di raccolta firme, che propone l’inserimento dei temi “Abitare, lavoro e socialità” tra gli impegni dei servizi e stabilisce che “la parte variabile del salario degli operatori”, debba essere determinata dal “tasso di fiducia e di speranza di utenti e familiari”. Da misurare, “secondo modalità decise dalle consulte di salute mentale”, “almeno una volta all’anno”. Va in questo senso la proposta di legge di iniziativa popolare “181” promossa dal movimento “Le parole ritrovate” di Trento (www.leparoleritrovate.com), attualmente alla fase di raccolta firme, che propone l’inserimento dei temi “Abitare, lavoro e socialità” tra gli impegni dei servizi e stabilisce che “la parte variabile del salario degli operatori”, debba essere determinata dal “tasso di fiducia e di speranza di utenti e familiari”. Da misurare, “secondo modalità decise dalle consulte di salute mentale”, “almeno una volta all’anno”.

Da Trieste a Matera
Sono nate grazie all’impegno di singoli medici e amministratori locali, perciò non esiste un elenco di tutte le realtà di cohousing in ambito psichiatrico oggi attive in Italia. Elenchiamo alcune tra le più significative. L’esperienza più antica è a Trieste, prima città  a chiudere un manicomio, quello di cui era direttore Franco Basaglia: Qui il cohousing è cominciato nel ‘75 e oggi la “regola” della residenza psichiatrica sono appartamenti di meno di 6 persone. Nel distretto di Torino1 c’è l’esperienza più vasta: 60 gruppi appartamento con diversi livelli di assistenza, e 150 persone che in seguito sono andate a vivere da sole. A Trento ci sono le sperimentazioni più innovative -come la pratica di intestare l’affitto ai pazienti stessi per favorirne la responsabilità, ma anche l’idea di promuovere la convivenza dei pazienti psichiatrici con rifugiati e richiedenti asilo politico, per andare incontro a diverse necessità-. Nel centro-Italia c’è l’esperienza rivoluzionaria della Rete toscana utenti salute mentale, i cui membri hanno costituito una cooperativa che gestisce gruppi appartamento -a Massa-Carrara e a Pisa- e crea lavoro.
Il cohousing è poi sperimentato a Roma, Ciampino (Roma), Bologna, Termoli (Is) e Bergamo. In Basilicata nel ‘78 ci fu la prima esperienza nel centro-Sud Italia di una struttura residenziale alternativa al manicomio: Oggi sono 3 i gruppi appartamento in provincia di Matera nati 10 anni fa su iniziativa della cooperativa “Progetto Popolare”. In Sicilia, a Caltagirone (Ct) sono nati 4 gruppi appartamento grazie a un progetto lavorativo di produzione agricola finanziato dall’Unione europea 10 anni fa, ma che prosegue ancora oggi.

lunedì 28 ottobre 2013

Olivetti, oltre la fabbrica


“Le sole cose che lo attraevano al mondo erano l’urbanistica, la psicanalisi, la filosofia e la religione”, così Natalia Ginsburg in “Lessico Familiare” parla di suo cognato Adriano Olivetti, Questo imprenditore fuori dal comune, guidò per un trentennio la storica azienda di macchine da scrivere e fu protagonista della sua straordinaria crescita. Oggi il nome Olivetti non rimanda più ai concetti di qualità, innovazione ed espansione commerciale, ma resta legato all’idea di apertura ai lavoratori e ricerca di incontro con le esigenze sociali dell’epoca.
Varie furono le iniziative che Adriano volle collegare alla sua industria: progetti urbanistici e sociali per migliorare la vita degli operai, ma anche una casa editrice e il movimento politico “Comunità” che perseguirono crescita culturale e sviluppo locale. In tempi in cui era inimmaginabile, ha così realizzato l’attuale concetto di “responsabilità sociale d’impresa”.

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante , una destinazione, una vocazione anche nella vita di fabbrica?” Questa la domanda ricorrente, che ha accompagnato Adriano nell’evoluzione dell’Olivetti.

Il fondatore della “Ing. C. Olivetti & C”, prima fabbrica italiana per macchine per scrivere fu nel 1908 Camillo Olivetti. Dopo un viaggio negli Stati Uniti per capire come gli americani riescono dove gli italiani sono fermi, ovvero nel trasformare le scoperte scientifiche in tecnica, il ventisettenne Camillo costruisce egli stesso la fabbrica e brevetta molti strumenti. Si tratta di un’azienda di 20 dipendenti che produce circa 20 macchine alla settimana. Tra i primi socialisti di Ivrea, il padre di Adriano, passava molto tempo con gli operai, insegnando e correggendo loro il lavoro. Adriano ragazzo, spedito a lavorare in fabbrica aveva l’aveva trovato“una tortura per lo spirito, che stava imprigionato per delle ore che non finivano mai, nel nero e nel buio di una vecchia officina”. Egli aveva un carattere più timido e idealista e sognava un futuro nel giornalismo politico. Fu proprio il fascismo, distruggendo le aspirazioni per la carta stampata, ad attenuare la ribellione ad entrare nella fabbrica paterna.

Anche l’avventura industriale di Adriano comincia con un viaggio in America. Nel 1925, ventiquattrenne, fresco di laurea in ingegneria al Politecnico, il giovane Olivetti trascorre quasi sei mesi visitando fabbriche e raccogliendo letture sull’organizzazione del lavoro di fabbrica negli Stati Uniti. L’interesse con cui aveva letto “Principi di organizzazione scientifica del lavoro” di Taylor, si trasforma in meraviglia, con la visione della sua applicazione nella fabbrica Ford. Adriano torna dagli Usa con progetti di un capovolgimento della situazione esistente nella fabbrica: organizzazione del personale decentrata e distinzione per settori di attività. Inoltre vuole un gruppo di dirigenti che non si limiti a alla gestione delle attività normali, ma accumuli esperienze e idee per anticipare le nuove esigenze. Ne consegue la sostituzione dei capi formati con la gavetta, con gli ingegneri 110 e lode del Politecnico. Camillo lascia fare ma ammonisce:”tu puoi fare qualunque cosa, tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia”.
Le trasformazioni aziendali non impediscono agli Olivetti l’attività antifascista, e Adriano è tra i promotori di proteste contro il delitto Matteotti e partecipa alla fuga di Turati. Seguì il matrimonio con Paola Levi, sorella di Natalia poi sposata Ginsburg, e un lungo viaggio di nozze in Europa.

In seguito alla riorganizzazione dell’industria, Adriano sente il bisogno di andare oltre, di operare anche su ciò che c’è fuori dalla fabbrica e che tuttavia è collegato con il lavoro che vi si svolge. I  principali progetti con cui l’Olivetti persegue scopi sociali, sono opere d’urbanistica: case per impiegati, case popolari, e il nido d’infanzia d’Ivrea sono costruite per creare “un’atmosfera di luminoso ottimismo”. Anche la nuova fabbrica, che inizia a progettare nel 1934, è caratterizzata da un’ampia parete di vetro che lascia finalmente filtrare la luce. Adriano apre inoltre una galleria di negozi dove si entra “non per comprare, ma per vedere, per cogliere un’immagine diversa”.

L’obbiettivo di condurre ad una sviluppo delle nuove idee e alla crescita dell’istruzione, sarà perseguito anche con la creazione nel 1941 della Nei, la “Nuove Edizioni Ivrea”. La casa editrice, tratterà di psicologia, di letteratura, di economia.. Per aprire agli italiani quell’orizzonte che il provincialismo fascista negava. In quel periodo Adriano, di padre ebreo e madre valdese, ha ripetutamente bisogno della certificazione di “razza ariana” da parte della Questura di Aosta. Tuttavia egli sceglieva collaboratori quasi tutti ebrei, o, come lui, “mezzo ebrei”, che considerava segno di vitalità di spirito.

La guerra mondiale non danneggia l’industria Olivetti: nel 1942 ha 4.673 dipendenti e produce oltre a 64.000 macchine da scrivere e più di 2.500 macchine da calcolo, mostrando i frutti della riorganizzazione. Adriano, che non dubita della vittoria della vittoria della superiorità delle potenze alleate, legge tutti i programmi dei movimenti clandestini antifascisti ed elabora egli stesso un documento. Ha inoltre un piano di cospirazione contro il regime, perseguendo il quale viene incarcerato a Roma nell’estate del ’43 e liberato poco dopo l’8 settembre, “con ordine di scarcerazione a firma illeggibile” secondo la questura di Roma.

Durante l’occupazione tedesca Adriano era a Roma e con altri antifascisti frequentava la casa di mio nonno Alberto Jona che conosceva dalla gioventù a Torino e che ora lavorava come ingegnere per la Olivetti. Fu in quel periodo che, essendo incarcerato e poi trucidato Leone Ginsburg, Adriano andò a prendere Natalia che non era più al sicuro e lasciò per alcuni giorni ai miei nonni uno dei figli. Lei lo racconta così: “M’aiutò a  fare le valigie, a vestire i bambini; e scappammo via e mi condusse da amici che acconsentivano ad ospitarmi. Ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini con gesti di bontà umile, paziente”.

Il progetto di Adriano Olivetti per il dopoguerra era fondato sull’idea di “Comunità”, come superamento dell’individuo liberale e dello stato collettivista, come egli definì nel L’”Ordine politico delle Comunità”: “una comunità né troppo grande né troppo piccola, concreta, territorialmente definita, dotata di vasti poteri, che desse a tutte le attività quell’indispensabile coordinamento, efficienza e rispetto della cultura umana, della cultura e dell’arte, che si era realizzato in una singola industria”. Immagina l’Italia scomposta in 400-500 comunità e ricomposta su base federale. Vuole che la comunità resti il centro dell’autogoverno e i gradini superiori ne assicurino solo il coordinamento con lo Stato”. Come strumento propone le ISA-Industrie Sociali Autonome, o le AAA-Associaizoni Agricole Autonome, dove lavoratori, comunità e università partecipano assieme alla proprietà e alla gestione. Prevede il passaggio in forme pacifiche con il riscatto delle azioni degli eredi da parte della comunità, alla morte del fondatore.

Subito dopo la seconda guerra, Adriano è più attratto dal suo progetto di riforma sociale che dalle questioni della fabbrica, per cui parte per Roma lasciando la gestione della Olivetti al fratello Massimo. Nel 1946 tuttavia, deluso dalle speranze del dopoguerra torna a Ivrea nel ruolo di Presidente. Rilancia la fabbrica con una politica di alta tecnologia (calcolatrici) e innalzamento dei salari. Gli altri famigliari sono contrari al progetto di utilizzare la fabbrica come mezzo per una nuova politica sociale. Tuttavia Adriano fa nascere la rivista “Comunità” che persegue tali ideali e mira a trasformare la regione attorno a Ivrea in un laboratorio sperimentale, in cui fa costruire biblioteche complete di ogni novità editoriale, centri di assistenza medica e centri che organizzano mostre, convegni e corsi professionali con attori della Rai o esperti di agronomia. Adriano chiama e assume “senza obbligo di orario” intellettuali e anche contestatori e anarchici per far parte degli organi di “Comunità”. In tutto questo la struttura restava piramidale, al vertice restava sempre lui, l’ingegnere.

Adriano tentò anche di applicare nel meridione le idee comunitarie, per migliorare si le condizioni materiali delle genti del sud, ma in modo che queste non perdano la loro identità, “anzi contribuiscano a dare al mondo operaio quella vitalità spirituale che sembra smarrita”.

Fonte: Adriano Olivetti, La Biografia -Valerio Ochetto

Ludovica Jona- Ilcassetto.it

martedì 2 ottobre 2012

PICCOLE ANIME SALVE

UNA PIECE DEI BAMBINI CAMBOGIANI CONTRO GLI ABUSI DEL TURISMO SESSUALE

Di Ludovica Jona

Reportage pubblicato su L'Unità - 18/09/2012

Sok sbatte con violenza la bottiglia sulla schiena di Keat: E' ubriaco e picchia la moglie che, per mancanza di soldi, non ha preparato la cena. Poco dopo, quando arrivano due donne ben vestite che gli propongono di anticipargli il denaro per far lavorare le due figlie in città, acconsente senza esitazione.
Le ragazze cominciano così a essere schiavizzate dalle due "ladies" che contrattano il loro prezzo sul mercato del sesso. Le vicende delle due giovani sono parte di uno spettacolo teatrale realizzato da Ecpat, rete internazionale di ong contro lo sfruttamento sessuale dei minori, per coinvolgere gli adolescenti nella lotta contro l'abuso a Rusey Keo, quartiere della periferia di Phnom Penh. Una platea di ragazzini, che segue con attenzione gli avvenimenti sul palco, esplode in urla eccitate nel momento in cui "il cliente" esce dall'angolo in cui una delle ragazze è stata relegata, facendo il gesto di riallacciarsi i pantaloni. "Bene ragazzi, ma ricordate che questo spettacolo non è solo per intrattenervi: Dovete comprenderne il senso per proteggervi dagli abusi e insegnarlo agli altri bambini del quartiere": Eng Kalyan è responsabile del progetto, che è stato lanciato in questi giorni nella capitale della Cambogia per mettere un freno al fenomeno che sta rubando l'innocenza a una generazione: delle circa 60.000 persone che si stima siano coinvolte nella prostituzione, secondo l'Unicef il 30-35% sono minorenni.


Di sera, sul lungofiume dei Phnom Penh, a due passi dal Palazzo Reale, la zona turistica della città, è facile incontrare giovanissime ragazzine o adolescenti locali che accompagnano uomini occidentali di età avanzata. Ma questa è solo la punta dell'iceberg del fenomeno perché nella maggior parte dei casi gli abusi sui minorenni sono compiuti da uomini asiatici: "Oltre a essere meno visibili, sono più furbi degli occidentali - spiega Chin Chanveasna, direttore di Ecpat Cambogia – invece di esporsi in strada, chiedono a un protettore che il minore gli venga portato direttamente in albergo". La prostituzione minorile è alimentata in Asia dalla convinzione che unirsi a una vergine purifichi e dia potere. Per un rapporto sessuale con una di loro, uomini d'affari cinesi o sudcoreani, ma anche alti funzionari e militari cambogiani, sono disposti a pagare tra gli 800 e i 4.000 dollari. Una benedizione per una famiglia povera in un paese dove il salario di un'operaia è 50 dollari, ma anche una porta d'accesso, pericolosamente diffusa tra le ragazze, alla strada senza uscita della prostituzione. Secondo una ricerca realizzata nel 2010 da Ecpat Cambogia, più di un terzo delle prostituite intervistate è entrata nella prostituzione intorno ai 16 anni, vendendo la verginità. Quasi la metà di queste è stata costretta a farlo con la forza. E', probabilmente, quello che è successo a Ieng, incontrata in un bar del quartiere a luci rosse di Mai Da, nella periferia di Phnom Penh: Oltre un centinaio tra karaoke bar, centri massaggi e nightclub - che sono bordelli travestiti, poiché formalmente la prostituzione in Cambogia è illegale - più un indotto di guesthouse per consumare i rapporti, bancarelle aperte tutta la notte e supermercati che accanto alle casse, oltre ai preservativi, espongono confezioni di viagra.

Ieng ha la pelle chiara, molto ambita da queste parti, un fisico minuto e modi infantili che stridono con il trucco pesante. All'inizio mi osserva preoccupata perché non è comune vedere donne, per di più occidentali, in un bar karaoke. Poi smette di darsi pensiero, sorride e si concentra sui due ragazzi locali che sono con me e si mostrano in cerca di compagnia. A loro dice di avere 20 anni anche se ne dimostra 16 o 17. Dopo bicchieri di birra svuotati e riempiti, brindando ogni volta, come si fa in questi posti, racconta di essere nata in Vietnam e di essere arrivata qui due anni fa, perché la famiglia non aveva più i soldi per farla studiare. Per 2000 dollari ha venduto la sua verginità a un "rich man" cinese e ora lavora come beer girl: Accompagna i clienti del bar mentre bevono birra e se vogliono negozia una prestazione, che in media costa dai 15 ai 25 dollari, 10 dei quali restano al locale. Accanto a Ieng c'è Meas, anche lei sembra giovanissima, nonostante una impegnativa pettinatura alla "madame butterfly". Dice di essere nata della provincia di Phnom Penh e di aver deciso di diventare beer girl perchè nella fabbrica di vestiti cinese dove lavorava prima, guadagnava solo 40 dollari al mese, non abbastanza per vivere. Le beer girl lavorano solo la sera, guadagnano di più (oltre ai clienti, il bar paga circa 80 dollari al mese, anche se ne detrae 10 per ogni giorno di assenza) e, teoricamente, non sono costrette ad avere rapporti sessuali con i clienti del bar. Questo però, in pratica, non avviene quasi mai. Anche se le loro storie risultano verosimili, non posso essere certa che quello che Ieng e Meas ci hanno raccontato sulle loro vite sia la verità. Ci sono aspetti che le ragazze imparano subito a nascondere dietro i sorrisi ammiccanti. Secondo l'edizione 2010 del Database report on sexual trafficking, Exploitation and Rape realizzato analizzando i dati di un centinaio di associazioni attive per i diritti dell'infanzia in Cambogia, il tramite per entrare nella prostituzione è nel 60% dei casi è un conoscente, nel 13% dei casi un parente, nel 9,2% addirittura un genitore, a volte non pienamente consapevole. "I bambini tendono a pensare che lo sfruttatore sia uno straniero, una persona lontana dal loro mondo, ma la maggior parte delle volte non è così", mi spiega Kalian, in una pausa delle prove dello spettacolo. "Con questa performance i ragazzi hanno la possibilità di riflettere su situazioni difficili che fanno parte della loro quotidianità più di quanto si rendano conto". "La violenza intrafamiliare e il maltrattamento dei bambini, sono primi passi verso il loro futuro abuso". Per questo nella rappresentazione teatrale viene messa in scena anche la famiglia "buona" dove i genitori dialogano con i figli e riescono a dire di no alle lusinghe degli sfruttatori.

E' importante che i ragazzi imparino a difendersi da soli perchè, nonostante le pressioni delle ong abbiano portato nel 2008 all'approvazione di una legge contro lo sfruttamento sessuale dei minori, la corruzione diffusa tra polizia e funzionari pubblici rende molto difficile farla rispettare. Per rendere l'idea, il rapporto "Trafficking in Persons 2009" del Dipartimento di Stato americano cita il caso dell'ex presidente della Corte d'Appello cambogiana rimosso dall'incarico nel 2007 con l'accusa di aver accettato 30.000 dollari in cambio del rilascio di due proprietari di bordelli. "Vogliamo che i bambini siano protagonisti della diffusione dello spettacolo, oltre che della sua messa in scena", dice Kalian, “so che possono farlo e solo loro possono cambiare le cose!" Il progetto, che coinvolge una trentina di ragazzi dagli 8 ai 16 anni è stato finanziato grazie al sostegno dei loro "padrini" a distanza italiani. Con Mak Ravieng, presidente dell'associazione locale che gestisce le adozioni a distanza garantite da Ecpat Italia, andiamo a visitare alcune delle famiglie dei bambini sostenuti. Trentatre anni, una bellezza elegante, non è facile indovinare che Ravieng è cresciuta in un orfanotrofio. Grazie a un "padrino" francese si è laureata in psicologia e da tre anni guida un'associazione che gestisce oltre 1000 sostegni a distanza. Oun è una vivace ragazza 16 anni che ama recitare e danzare, sempre impeccabile nella sua divisa. E' una sorpresa scoprire il luogo in cui vive: Una tettoia di metallo che copre un grosso letto matrimoniale dove dorme con la madre e il fratello, dietro a uno sgabuzzino pieno di pentole e vestiti, in disordine per colpa del monsone da poco esaurito. La madre vende in strada dolci di riso, ma Oun, che è molto brava a scuola, vuole diventare dottore. Così il programma la sosterrà all'università l'anno prossimo. "Possiamo pagarti la bicicletta per andare all'università, il motorino no, o almeno non tutto. Pensa cosa sia meglio per te", le dice Ravieng, mentre assaggiamo i dolci di riso.

L'ultima delle sette famiglie che visitate quel giorno vive al secondo piano di casa in muratura. La madre delle due ragazze ci accoglie indossando un pigiama bianco con i fiori rossi: Sono le cinque del pomeriggio, ma lei si è svegliata da poco. Lavora come beer girl in un karaoke bar ed è sieropositiva da anni. Le due figlie hanno entrambe la sua bellezza ma una, la più grande, ha ereditato anche il male. Capisco subito quale delle due è. Mentre Sokya è radiosa di vita, Chun ha lo sguardo perso e a 14 anni appare già esausta, anche quando sorride. Perchè in questa famiglia, di sole donne dopo che il padre è morto di aids, nonostante il male, tutte sorridono: La madre, le due sorelle, la cugina che è venuta a trovarle, la nonna con il bel volto energico incorniciato da corti capelli bianchi. Chun va male a scuola e allora Ravieng le chiede se Sokya, invece molto brillante, l'aiuta: "Si, si, studia con me", assicura la sorella. Stiamo per andarcene quando Sokya si rivolge a Ravieng: "Da grande anche io voglio essere come voi, voglio lavorare in una ong per aiutare gli altri bambini!"

mercoledì 5 settembre 2012

CAPITANO CORAGGIOSO

SI CHIAMA PIETRO RUSSO, È UN PESCATORE DI MAZARA. E SALVA I MIGRANTI DALLA MORTE

di Ludovica Jona - tratto da l'Unità 21-06-2012

Quando ho conosciuto il capitano Pietro Russo, con sua moglie Giovanna, nel locale che gestiscono a Mazara del Vallo, mi raccontò che non era riuscito ad assistere alla nascita del suo primo figlio, che ora ha 32 anni: era detenuto in Tunisia per conflitti sul mare territoriale. Sorridevano Pietro e Giovanna mentre parlavano di quei momenti di gioia e angoscia, come si fa con una vicenda passata cui si è fortunosamente si è scampati. Oggi Giovanna e il primogenito Giuseppe, ormai un uomo, sono nuovamente in ansia e in attesa di Pietro, sequestrato il l 7 giugno con gli altri dodici uomini dell'equipaggio del peschereccio Boccia II, nella città libica di Bengasi.
E nell'incertezza della Libia del dopo rivoluzione la preoccupazione è maggiore.
«Dopo una settimana di carcere ci hanno permesso di tornare nel peschereccio», racconta al
telefono Pietro Russo. «Siamo agli arresti domiciliari. Non possiamo scendere dalla barca e a terra
la situazione è pesante. Sulla banchina c'è di tutto: macchine che girano senza targa, ragazzi con le
armi nascoste e nessuno che controlla. Un Far West». Certo è meglio che in carcere. «Lì siamo stati
in 13 persone, tutto l'equipaggio, in una cella, vicino a dei criminali di guerra. Un uomo aveva
ucciso dieci persone quando faceva parte delle milizie di Gheddafi. Poi c'era gente  fuori di testa
che ce l'aveva con noi stranieri, ci minacciava..».
Il motivo del sequestro di Russo è una battaglia, senza regole, per le zone di pesca nel
Mediterraneo: la Libia nel 2005 ha infatti proclamato unilateralmente un’area protetta che si estende per 62 miglia, la metà delle acque tra la costa libica e l'isola di Lampedusa: 74 miglia pescosissime perché il mare è profondo e non è solcato da rotte commerciali. Limite che i pescatori di Mazara del Vallo si rifiutano di rispettare, rischiando così continuamente il sequestro di pescherecci e equipaggi. Come il Boccia II che il 7 giugno è stato intercettato a 40 miglia dalla costa libica.
«Quando le motovedette libiche ci hanno sequestrato, ci hanno detto che ci avrebbero subito
liberato ma poi il giudice ha decisoche si dovrà fare un processo. Siamo in attesa».
LA DIATRIBA INFINITA
Le battute di pesca per i pescatori mazaresi sono di circa 40 giorni. Lunghi periodi di navigazione
nel Mediterraneo in cui – anche al tempo di tecnologie radar e smartphone - l'unica certezza è
l'imprevedibilità degli eventi. Come quell'incredibile momento in cui, forse per ripagarlo di quella
nascita cui non ha potuto assistere, il mare in tempesta ha portato tra le braccia del capitano Russo
un fagotto di coperte che avvolgeva una bambina piccolissima. Era un mare così arrabbiato quel 28
novembre 2008 che il Ghibli - il peschereccio che allora Russo guidava - era stato chiamato via
radio dalla capitaneria di porto di Lampedusa per soccorrere un barcone carico di migranti in balia
delle acque agitate a 10 miglia a sud est dell'isola. «Ci siamo trovati davanti ad una scena
agghiacciante: ragazzi di  15 o 16 anni erano in una barchetta piena in modo incredibile di persone,
ad occhio 300-350,  che piangevano e urlavano – raccontava il Capitano Russo - bisognava agire in
fretta perché imbarcavano acqua. Così mentre gli altri due pescherecci di Mazara, il Monastir e
l’Ariete, li proteggevano da un vento forza 5, noi li abbiamo caricati. Approfittando della risacca li
abbiamo fatti salire a bordo ad uno ad uno. Un'operazione rischiosissima». Subito dopo la fine del
trasbordo il barcone, su cui viaggiavano rifugiati somali, eritrei e etiopi, è affondato sotto gli occhi
dei marinai mazaresi. «E in tutta quella confusione il primo ad arrivare a bordo, è stato quel fagotto.
L'ho aperto e mi sono trovato di fronte una bambina, piccolissima – racconta – mi ha sorriso e ho
dimenticato tutto il resto. Aveva tanta voglia di giocare, dopo tutto quel buio». Non è l'unico
episodio in cui il capitano, ora detenuto a Bengasi, ha salvato delle vite. L'altro risale al 2006.
Tornando da una battuta di pesca aveva incontrato un'imbarcazione di migranti che chiedeva aiuto.
Il peschereccio si era avvicinato, ma nella foga di salire a bordo, o forse spaventati da alcuni delfini
che saltellavano intorno, i naufraghi si erano spostati tutti su un lato e la barchetta si era capovolta.«Ci siamo trovati a dover salvare una ventina di persone che non sapevano nuotare - racconta il Capitano -. I primi ad avvicinarsi sono stati un uomo e una donna, una coppia: abbiamo preso il marito ma non lei, ci è sfuggita di mano e si è lasciata andare nelle onde. Poi, abbiamo saputo che aveva con sé un bambino di pochi mesi che le era sfuggito nel rovesciarsi della nave. L'ho vista affogare con i lunghi capelli neri che si allargavano nell'acqua. Alla fine ne abbiamo portati a riva ventuno su ventitré. Ma per lei e il bambino non c'è stato niente da fare. Un dolore grande». Oggi è il capitano Russo a chiedere aiuto: «Siamo pescatori onesti e chiedo che l'Italia non ci lasci soli».
Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo spera e prega. E non si stanca di
rimarcare: «Al di fuori di emergenze come questa che stiamo vivendo è necessario raggiungere un
accordo, garantito dal diritto internazionale su quelle 74miglia. Non è un problema di tre
pescherecci (insieme al Boccia II sono stati sequestrati i motopesca Maestrale e Antonino Sirrato,
nda) e una città, Mazara del Vallo. Questa è una questione cruciale per il Mar Mediterraneo, che è
un bacino commerciale, ma soprattutto un ecosistema che determina le condizioni di tutta l'Europa.
Questo mare è un mare di tutti, un luogo che deve permettere ai popoli di incontrarsi e vivere,
possibilmente in pace».

Proprietà poco intellettuali

La medicina amara Accordi commerciali con l’Ue e pressioni “multinazionali” mettono a rischio chiusura le industrie farmaceutiche indiane. E con esse, cure a basso costo

di Ludovica Jona - 21 novembre 2011
Circa l’86% dei sieropositivi in trattamento nel mondo si curano con farmaci prodotti in India. La percentuale si alza al 91% per quanto riguarda i farmaci anti-retrovirali per i bambini. Il motivo del successo dei farmaci indiani è semplice: nel 2001 i medicinali anti-retrovirali coperti da brevetto costavano 10.000 dollari a persona all’anno, poi aziende del gigante asiatico hanno cominciato a produrre lo stesso cocktail in versione generica a meno di 70 dollari. E così le cure anti-aids hanno potuto raggiungere anche i malati dei Paesi poveri, oggi il 90% del totale:“Oltre 6 milioni di sieropositivi sono in cura oggi perché il prezzo dei farmaci è sceso del 99%” sottolinea Medici Senza Frontiere. Oltre a fornire anti-retrovirali a basso costo per oltre 5 milioni di persone nel mondo, l’India è anche la più importante fonte di farmaci generici di buona qualità per il cancro e le malattie del cuore. L’India è il più grande Paese produttore di farmaci generici nel mondo dopo Usa e Giappone in termini di volume, e il 13 ° per quanto riguarda il valore. Oggi però la protezione della proprietà intellettuale sui farmaci è al centro dei negoziati per l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e India. La firma prevista per fine anno rischia di far chiudere le aziende di farmaci generici del gigante asiatico. “L’India è sotto tiro, in un negoziato commerciale che ha avviato nel 2007 con l’Unione Europea e con il Canada, per penetrare nuovi mercati” spiega Nicoletta Dentico, direttore di Health Innovation in Practice e consulente per l’accesso ai farmaci della campagna Sblocchiamoli (vedi box).
“Con l’Ue ha previsto un’enorme escalation degli scambi commerciali: dai 90 miliardi di dollari di oggi ai 237 nel 2015. Il negoziato doveva concludersi nel 2010 e invece sta andando avanti. Tra le ragioni, ci sono le clausole particolarmente restrittive sulla protezione della proprietà intellettuale previste nell’accordo, che avranno impatto sull’accesso ai farmaci. Con questo negoziato bilaterale infatti, l’Europa sta tentando in tutti i modi di impedire all’India di diventare, nel campo della protezione dei farmaci, un concorrente eccessivamente scomodo. Oggi l’India è la farmacia del Sud del mondo, come dimostrano le quote di dipendenza dai prodotti generici indiani, dei programmi internazionali per l’accesso ai farmaci come il Fondo globale per l’Aids, la tubercolosi e della ong Medici senza frontiere. Ma oltre all’attacco politico dell’Ue, nei confronti dell’India, abbiamo l’attacco legale della multinazionale Novartis. Il 6 settembre Novartis ha presentato alla Corte suprema indiana un’azione contro l’articolo 3d della legge indiana. Si tratta della norma che, stabilendo criteri elevati e rigorosi sulla brevettabilità, impedisce pratiche spesso utilizzate dalle multinazionali farmaceutiche, come il ‘rinverdimento’ (evergreening) dei brevetti in scadenza. Un articolo che ha impedito alla multinazionale svizzera di brevettare in India una nuova versione del farmaco anti-cancerogeno Gleevec. Nel caso in cui la Novartis vincesse la sua causa, l’India dovrebbe modificare la sua legge in modo da rendere brevettabile qualunque cosa presentata dalle multinazionali. La situazione è rischiosa perché -secondo i network di organizzazioni che lavorano sul tema- dopo aver perso un’analoga causa contro la legge indiana nel 2007, negli ultimi anni la Novartis ha portato avanti un’azione di vera e propria pressione nei confronti dei giudici della Corte suprema indiana.
Sia che l’Ue introduca le norme restrittive sulla protezione della proprietà intellettuale, sia che la Novartis vinca la sua azione contro l’articolo 3d della legge, l’industria generica Indiana, se non scomparirà, ridurrà quella presenza sul mercato che oggi viene considerata così pericolosa dall’Occidente. In questa situazione, la cosa strana è che il direttore di ricerca e sviluppo della Novartis, Paul Hearling, è oggi a capo del Consultative Expert Working Group dell’Organizzazione mondiale della sanità per gli incentivi alla ricerca farmaceutica per le malattie dei Paesi poveri”.

Quali conseguenze potrà avere sui negoziati la recente azione della Novartis?
“Si potrebbe avere un duplice impatto sul negoziato Ue-India: da una parte mettendo un’ulteriore pressione all’India perché accetti il rafforzamento delle norme sulla protezione dei brevetti, dall’altra scatenando un’azione della società civile sul fatto che l’India è oggetto di un attacco da parte del mondo ricco.
Alla conferenza Onu sull’Aids tenutasi in luglio a New York, la comunità internazionale si è impegnata a raggiungere i 15 milioni di sieropositivi curati (dei 33 milioni malati) entro il 2015. Anche la lotta all’Aids è in pericolo. Da una parte il rapporto congiunto che è stato messo a punto dall’Onu per la conferenza sull’Aids di luglio, dimostra come gli accordi bilaterali sul commercio -con le clausole più restrittive in campo di protezione brevettuale- possono rappresentare una seria minaccia per l’accesso ai farmaci soprattutto nei Paesi dove l’epidemia ancora divampa. Ma a mettere a rischio i programmi contro l’Aids c’è anche il fatto che i Paesi donatori stanno riducendo i loro contributi finanziari a causa della crisi economica. Se combiniamo l’azione politica degli accordi commerciali con quella di riduzione dei finanziamenti, c’è una realtà che non promette nulla di buono per le realizzazioni delle dichiarazioni delle grandi conferenze”.

Il ministro del Commercio indiano Anand Sharma ha dichiarato che l’India non accetterà la contestata clausola dell’esclusività dei dati. Le organizzazioni internazionali possono tirare un sospiro di sollievo?
“Finora è emersa l’intenzione dell’India di non sottostare alle clausole che la Commissione europea avrebbe imposto loro in materia di protezione della proprietà intellettuale. In particolare la clausola dell’esclusività dei dati (data exclusivity) che vieta per un certo numero di anni alle aziende indiane l’utilizzo dei dati clinici delle ricerche realizzate dalle case farmaceutiche: l’uso dei dati clinici è fondamentale per le aziende che vogliano realizzare farmaci equivalenti in tempi adeguati e metterli sul mercato immediatamente dopo la scadenza del brevetto. Credo che la reazione del ministro del Commercio sia in larghissima parte dovuta al fatto che su questo tema c’è stata una larghissima mobilitazione della società civile indiana e internazionale. Tuttavia, la complessità del negoziato bilaterale con l’India, che non riguarda solo i farmaci ma gli investimenti, l’esportazione di prodotti indiani come le automobili e l’accesso ai mercati, fa si che il ministro del Commercio indiano sia sottoposto a una serie di pressioni divergenti. A mio parere non è ancora detta l’ultima parola perché dentro la stessa compagine governativa indiana, c’è chi vuole difendere i diritti, ma anche chi invece ha un’interesse prevalente nei confronti delle dinamiche del mercato”.

In che modo le ong e le organizzazioni internazionali, hanno fatto sentire la propria voce nell’ambito dei negoziati?
“Le ong e le associazioni della società civile indiana si sono fatte sentire in tutti modi e sono state determinanti per ritardare questo negoziato e farlo venire alla luce. Questi accordi commerciali bilaterali sono infatti caratterizzati da un’assoluta mancanza di trasparenza. Per quanto riguarda l’Europa, organizzazioni come Medici senza frontiere hanno rincorso le clausole dell’accordo, smascherando la versione continuamente raccontata dal commissario al Commercio europeo Karel De Gucht, secondo cui le norme chieste dall’Ue non andranno minimamente a toccare la salute delle popolazioni dei Paesi poveri”.

L’utilizzo dei farmaci generici è un tema sempre più sentito anche in Italia -agli ultimi posti in Europa per il consumo di equivalenti- in quanto potrebbe costituire un notevole risparmio per la spesa pubblica. È una questione che sta diventando urgente anche da noi?
“In Italia e in Europa i farmaci generici ci sono. Il problema è che c’è una comunicazione talmente aggressiva da parte delle multinazionali farmaceutiche verso coloro che somministrano i medicinali, che oggi sono pochissimi i medici e i farmacisti che propongono l’equivalente generico. Inoltre il termine ‘generico’ non è rassicurante, dovremmo utilizzare ‘bio-equivalente’”.

Dal Sud al Nord del mondo: Sblocchiamoli! (dal 14 ottobre)
Mentre a livello internazionale si rafforzano gli accordi per la protezione dei diritti di proprietà intellettuale -come i brevetti sui farmaci e sui semi- i cittadini perdono, spesso a loro insaputa, parte dei loro diritti fondamentali, quali l’accesso alla salute e al cibo. Dalla brevettazione di farmaci essenziali e di semi e piante guadagnano le imprese multinazionali, ma la società civile perde sempre: con l’aumento dei prezzi dei farmaci o con il divieto di coltivare liberamente determinate specie vegetali. Ciò accade non solo al Sud ma anche al Nord del mondo. Eppure questi temi sono spesso ignorati dal mondo della politica e dei media. Per questo è nata la campagna internazionale “Sblocchiamoli - cibo salute e saperi senza brevetti”. Promossa da un gruppo di ong, associazioni e università, mira a sensibilizzare la società civile e gli enti locali, sugli effetti concreti degli accordi internazionali sui diritti di proprietà intellettuale. Il 14 ottobre a Roma partirà il ciclo di eventi che attraverserà 11 regioni italiane e 3 spagnole con seminari, concerti,
rassegne di teatro e documentari, proponendo a cittadini e rappresentanti
di enti locali azioni per riappropriarsi dei beni comuni.
Tra ottobre e novembre sono previsti eventi in Campania, Puglia, Marche, Calabria e Aragona (Spagna).
Il programma su: www.sblocchiamoli.org

Rifugiati, l'accoglienza è soltanto un affare

Le difficoltà economiche ostacolano l’accesso alle cure psicologiche. Si moltiplicano gli esempi di centri terapeutici con tariffe accessibili

di Ludovica Jona - 19 aprile 2011 
TRATTO DA AE 124


Gli occhi socchiusi per il sole che lo colpisce in pieno volto, tra le dita poche fotocopie volanti, Ahmed sta aspettando che inizi la lezione. È seduto per terra, la schiena appoggiata alla parete esterna del prefabbricato adibito a classe per l’insegnamento dell’italiano. Tutto attorno, il grigio è rotto solo dalle linee rette dei mastodontici blocchi di cemento della struttura dell’Inail di Castelnuovo di Porto in provincia di Roma, oggi parzialmente adibita a Cara, Centro di accoglienza per richiedenti asilo. Ovvero uno dei 12 centri governativi -dalla capienza complessiva di quasi 5mila posti - istituiti per ospitare coloro che hanno chiesto asilo politico all’Italia, nel periodo in cui le domande di protezione vengono esaminate.
Tutti i Cara sono situati in luoghi lontani da centri abitati e generalmente circondati da alte mura e filo spinato, nonostante i richiedenti asilo possano uscire e rientrare in orari stabiliti. Nella massiccia struttura concorsuale dell’Inail alle porte di Roma, come nella vecchia pista di atterraggio della Nato a Foggia e nell’ex base areounautica di Crotone, alloggiano per mesi uomini, donne e bambini in fuga da dittature o Paesi in guerra, e spesso vittime di torture. In luoghi come questi, il somalo Ahmed, l’eritrea Ababa con il suo bambino appena nato e l’ivoriano Patrice, mangiano, dormono e attendono. Un pasto, una visita medica, ma soprattutto  un permesso di soggiorno per “asilo politico” o “motivi umanitari”. Quando questo arriva però, termina anche l’obbligo per lo Stato italiano -sancito dalla Direttiva europea 2003/9/Ce- di ospitare queste persone, che verranno immediatamente dimesse. Da quel momento dovranno cavarsela da sole, in un Paese ancora completamente sconosciuto.
Con una capienza di 680 persone, il Cara di Castelnuovo di Porto è il secondo più grande d’Italia. Ma quella che viene chiamata “scuola” è una stanzetta che potrà ospitare al massimo 30 individui. Chiedo, alla ragazza che mi viene indicata come insegnante, come sia possibile che in uno spazio del genere si tengano lezioni per diverse centinaia di persone. Parla di vari turni. Il primo comincia alle 10 di mattina, ma quell’ora è stata ampiamente superata. Mi spiega che gli insegnanti fanno quello che possono, essendo tutti volontari. Il Capitano Massimo Ventimiglia, direttore del centro, attualmente gestito dalla Croce Rossa italiana, conferma che non ci sono insegnanti di italiano retribuiti nel Cara e di conseguenza molti ragazzi si recano a Roma per seguire corsi di lingua lì. Con il rischio di essere costretti a scendere per mancanza di biglietto dell’autobus. Infatti la legge vieti ai richiedenti asilo di lavorare, e quindi di avere un reddito proprio, ma la convenzione con la prefettura non prevede la distribuzione di titoli di viaggio agli ospiti.
Eppure i fondi per un’accoglienza dignitosa dei richiedententi asilo non mancano: sul sito della Prefettura di Roma si legge che il costo complessivo dell’appalto, per tre anni, è di 34.500.000 euro. Che fanno 11,5 milioni di euro in un anno. Poiché, attualmente, il centro ospita circa 350 persone, possiamo calcolare che l’accoglienza di ognuna di esse -vitto, alloggio e assistenza sanitaria- costa allo Stato oltre 90 euro al giorno: tutti destinati all’ente gestore. A questo importo vanno aggiunte le spese dell’immobile, per le utenze (le bollette) e per la manutenzione, che -si legge nel capitolato d’appalto valido per tutti i Centri di accoglienza- “restano a carico dell’amministrazione”.
Questo sistema di accoglienza è stato istituito nel 2008, anno dell’“emergenza sbarchi”, quando il record di 30.492 domande di asilo politico  ha giustificato l’apertura di decine di Cara improvvisati in varie parti della penisola. A due anni e mezzo di distanza, con le richieste asilo ridotte di un quarto dalla politica dei respingimenti in mare (si è passati da 16.800 nei primi sei mesi del 2008 a 4.035 nel primo semestre del 2010), i Cara ospitano un numero di persone molto inferiore alla loro capienza massima.
In alcuni casi il numero degli ospiti è addirittura inferiore a quello di coloro che ci lavorano: ad agosto nel Centro di accoglienza di Trapani, che ha una capienza di 260 posti, soggiornavano 23 persone, di cui 3 bambini piccoli, ma gli addetti alla gestione -dipendenti della Cooperativa Insieme, titolare di un’appalto da 2.186.666 di euro all’anno- restavano una settantina. Nel Cara di Crotone -che con una capienza di 1.458 posti, è il Centro d’accoglienza più grande d’Europa- vi sono al momento 876 ospiti, mentre vi lavorano circa 330 persone: 150 tra assistenti sociali, psicologi, educatori, mediatori culturali e esperti per la banca dati informatizzata, impiegati dall’ente gestore “Misericordie di Isola Capo Rizzuto” (appalto annuale: 10.865.465,67 euro), 70 dipendenti del Comune addetti a pulizia e manutenzione, un centinaio di militari e il personale di una Asl aperta 24 ore su 24.
Quando il numero degli ospiti presenti è inferiore al 10% della capienza complessiva, il prezzo pagato all’ente gestore viene parzialmente ridotto, ma resta comunque garantita la retribuzione per il personale necessario, calcolato a centro pieno. Un costo rappresentano anche i militari, messi a disposizione dal ministero della Difesa nell’ambito dell’operazione “Strade sicure”: oltre 7 milioni di euro annui -segnala la campagna Sbilanciamoci!- per i circa 500 soldati destinati al controllo della sicurezza nei soli Cara.
Vi sono poi spese che non vengono conteggiate nella gestione, ma che sono determinate dalla presenza di queste strutture: lo spostamento del comando di polizia locale vicino al Cara di Gradisca d’Isonzo -realizzato per rassicurare gli abitanti della cittadina friulana spaventati dalla massiccia presenza di stranieri- è costato alla Regione 50mila euro.
I container prefabbricati installati nella ex pista di atterraggio della Nato di Borgo Mezzanone, trasformata nel Cara di Foggia, sono stati realizzati grazie a un contributo del ministero dell’Interno di 3,5 milioni di euro. Un’accoglienza che nonostante gli alti costi, lascia i richiedenti asilo a se stessi. “In molti Cara, l’assistenza sanitaria, in particolare quella fornita a donne incinte e a neonati è assolutamente carente”, afferma Rolando Magnano della ong Medici Senza Frontiere, che ha curato il rapporto Al di là del muro. Viaggio nei centri per migranti in Italia (Franco Angeli, 2010). Magnano sottolinea come la carenza sia insita nel sistema Cara: “Gli unici controlli sulla gestione dei centri vengono realizzati da funzionari delle prefetture, che non hanno alcuna competenza medica per valutare le condizioni igieniche e sanitarie degli ambienti”. Una situazione che, sottolinea Magnano, rende difficile l’identificazione, la cura e la prevenzione della diffusione di diverse patologie.
Ma il dramma, per molti richiedenti asilo, soprattutto quelli in condizione più fragile, arriva proprio nel momento in cui ottengono il permesso di soggiorno: “Quello che mi fa arrabbiare -si sfoga Ali, un ex ospite del Centro di accoglienza romano di Castelnuovo di Porto che ha ottenuto l’asilo da circa un mese e ha difficoltà a trovare lavoro- è che sono stato otto mesi nel Cara, senza far niente. Ci lasciano vivere così, e poi appena hai il permesso soggiorno ti mandano via!”. La somma di vicende personali come quella di Ali ha contribuito al  proliferare, nella capitale come in altre città italiane, di assembramenti di persone cui è stato riconosciuta la protezione internazionale ma che vivono in condizioni di estremo degrado: dall’accampamento di profughi afgani alla stazione Ostiense, alle occupazioni di palazzi in zona Romanina da parte di rifugiati del Corno d’Africa, fino alla  concentrazione in condizioni disumane, di centinaia somali nell’ex ambasciata di Somalia, in via dei Villini a Roma.


L'integrazione senza fondi
Dopo l'asilo i migranti potrebbero fruire del programma "Sprar", coordinato dall'Anci, ma mancano le risorse

Si chiama Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) il programma governativo per l’accoglienza e l’accompagnamento all’integrazione di coloro cui è stata riconosciuta la protezione. Coordinato dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), attraverso la rete dei comuni e la collaborazione di associazioni radicate sul territorio, realizza progetti di accoglienza della durata di un anno, destinati a gruppi di 15-20 persone, tra richiedenti asilo e rifugiati. Tuttavia, i posti finanziati annualmente per questo sistema di accoglienza -con uno stanziamento di circa 30 milioni di euro- sono solo 3mila, e anche se si riescono ad accogliere circa 7mila persone (grazie al turn over) resta un numero evidentemente inadeguato alla domanda: oltre 30mila richiedenti asilo nel 2008 e quasi 20mila nel 2009.
Per questo, le liste d’attesa per accedere ai progetti Sprar sono lunghissime, e molti rifugiati riconosciuti si trovano a vivere in condizioni disumane come quella dell’ambasciata somala a Roma, di cui si sono occupati i quotidiani.  Eppure gli 11,5 milioni di euro spesi in un solo anno per un Centro di accoglienza come quello di Castelnuovo di Porto -che attualmente ospita 350 persone- si sarebbero potuti coprire quasi interamente le spese dei 1.500 posti presentati dagli enti locali del Sistema di protezione, ma rimasti senza finanziamento. La direttrice dello Sprar Daniela di Capua spiega infatti che i 123 enti locali partecipanti hanno presentato progetti per 4.500 posti, ma non è stato possibile avviarli tutti per mancanza di fondi da parte del ministero dell’Interno.
Il Viminale non si è però opposto al rinnovo, tra il 2009 e il 2010, delle convenzioni con gli enti gestori di tutti i principali Cara italiani, che oggi risultano semivuoti.  Pur garantendo un elevato standard di servizi alla persona -assistenza legale e sanitaria, mediazione linguistico-culturale, inserimento scolastico dei minori, orientamento per l’alloggio e per l’inserimento lavorativo- il sistema Sprar ha un costo molto inferiore a quello dei Cara: 28 euro al giorno per persona contro i 60-70 delle grandi strutture. Il risparmio è dovuto al fatto che i progetti realizzati dai Comuni possono usufruire dei servizi già messi a disposizione dalle amministrazioni locali per la collettività, come Asl o centri di orientamento al lavoro. Si eliminano, inoltre, gli enormi apparati di logistica e sicurezza, ospitando i richiedenti asilo e i rifugiati in piccoli appartamenti situati nei centri cittadini.
È alta anche la percentuale di rifugiati che si rendono autonomi dopo aver usufruito di uno di questi progetti: secondo l’ultimo rapporto Sprar, nel 2009 hanno trovato un lavoro e una sistemazione autonoma 1.216 beneficiari su 2.840, ovvero quasi la metà.
Andrebbe incentivato, come raccomandava già nel 2007 il rapporto De Mistura del Centro alti studi delle Nazioni Unite, che aveva realizzato una valutazione sul sistema di accoglienza italiano.


Box: Cooperative all'appalto
Se i richiedenti asilo non ricevono gran benefic
io dall’ingente investimento pubblico destinato alla loro accoglienza, questa rappresenta certamente un affare per gli enti gestori dei Centri di accoglienza, che se la contendono letteralmente. È il caso, ad esempio, del Cara di Foggia: la Croce rossa italiana ha fatto ricorso al Tar contro l’assegnazione al consorzio di cooperative “Connecting people”, ottenendo la modifica dell’esito della gara. L’ente rivale aveva indicato nell’offerta economica un numero di operatori diverso da quello inserito in quella tecnica, e inferiore a quello richiesto dal capitolato d’appalto. Presieduto dall’ex parlamentare della Margherita Giuseppe Scozzari, Connecting People è nato nel 2005 e raggruppa 69 cooperative in tutta Italia, gestendo 17 centri per migranti, tra cui quattro Cara (Gradisca d’Isonzo, Brindisi, Trapani e Foggia) e due Centri di identificazione ed espulsione. La sua adesione al consorzio cattolico Cgm, uno dei più vasti gruppi di cooperative in Italia, permette a Cp di accedere ai finanziamenti di Intesa Sanpaolo, essenziali per presentarsi a bandi che richiedono notevole capacità di anticipazione finanziaria. Appartenenti al mondo cattolico sono anche l’ente gestore del Cara di Crotone, membro della federazione “Misericordie d’Italia” che raggruppa oltre 700 confraternite, e la cooperativa Auxilium affidataria del Cara di Bari. Auxilium fa capo alla holding di cooperative “La Cascina”, legata a Comunione e Liberazione, che secondo un’inchiesta condotta dalla procura di Potenza nel 2008 sarebbe stata favorita dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta nell’ottenimento, senza gara d’appalto, della gestione del Cara di Policoro, in provincia di Matera.
Invece la cooperativa “Albatros 1973”, nel 2006 oggetto di inchieste per episodi di razzismo e maltrattamento di migranti, si è vista rinnovare nel 2009 la gestione del Cara di Caltanissetta: un centro per 456 persone -attualmente ne ospita circa trecento- per un’appalto triennale da oltre 18 milioni di euro. Ma la cooperativa non ha un sito web e nemmeno un numero sull’elenco telefonico per essere contattata.